Contro i politici, la rabbia lascia spazio all’orgoglio delle idee

(...) veri e propri fermi immagine sul futuro o, almeno, su quello che speriamo diventi il futuro. Oggi, ancora a caldo, torridamente fresco - e viva l’ossimoro e anche il fatto che, probabilmente, un avverbio come «torridamente» non esiste nella lingua italiana - del vostro entusiasmo, provo semplicemente a raccontare un’emozione, in modo quasi telegrafico, vista l’ora che ci impone di «chiudere» il Giornale.
E, sapete? raccontare un’emozione è l’impresa più ardua di tutte. Perché ogni parola è di troppo, ogni aggettivo è superfluo, ogni virgola è ridondante. Dovresti raccontare le guance che ti diventano rosse senza che tu possa colorarle altrimenti, le braccia su cui si avvampa la pelle d’oca dandoti i brividi, la voce che un po’ si rompe senza che tu possa farci nulla, lo sguardo che vaga fra gioia e commozione. Tutte cose bellissime, che capitano raramente. Ma tutte difficili da raccontare.
E allora, quasi senza parole - portandomi dietro anche le piccole intemperanze, le delusioni (ma, tranquilli, tutti coloro che non hanno potuto parlare lo faranno al prossimo appuntamento), qualche polemica, le dolcezze di una serata comunque storica - mi limito a raccontare le vostre facce, i vostri volti, le vostre rughe e i vostri sorrisi. Facce e volti, nella stragrande maggioranza dei casi (forse, le uniche eccezioni si possono fare per qualcuno dei soliti noti), sono facce di gente perbene, della Genova e della Liguria migliori. Facce che, quando ci incontriamo per strada, sul treno o sull’autobus - non sulle auto blù - conosciamo e ri-conosciamo. Sono le nostre facce, sono le facce della nostra gente. Sono facce con le quali mi piace incrociare lo sguardo.
Ecco, fosse stato anche solo per incontrare quegli sguardi, i vostri sguardi, credo davvero che un incontro come quello di ieri sera, abbia avuto un senso. Il senso delle cose vero. Il senso della presenza perché «si deve esserci» visto che lo dice la coscienza e non per farsi vedere dal caporione di turno. Il senso dell’esserci arrivando con l’autobus dell’Amt o a piedi, o attraversando la regione a spese proprie, e non con i torpedoni festanti di comparse portate per festeggiare il potente di turno. Il senso di essere tutti uguali, senza scene messianiche con ali di folla che si aprono quando arriva il capo o il capetto da riverire, come Mosè con il mar Rosso.
È stata una serata, importante, intensa, di livello alto in molti interventi. Non uno sfogatoio fine a se stesso, ma anzi un modo di rinascere e di ricostruire qualcosa. Con presente l’importanza del presidenzialismo e della sfida istituzionale, ma anche con la coscienza che è un punto di partenza, non di arrivo.
Soprattutto, ieri sera, con un incontro che è stato il più partecipato fra tutti quelli simili andati in scena in Italia, ho visto rinascere la speranza. E quando rinasce la speranza - trasformata in disperazione da una serie di errori, nazionali e locali - si vince sempre. Si può essere in cinque, in cinquanta o in cinquecento, ma si vince. Si respira aria pulita.
Ieri sera al teatro della Gioventù - dentro e fuori e mi riscuso personalmente con le centinaia di persone che non hanno potuto entrare per motivi di sicurezza - è nato davvero il partito delle persone perbene. Che non so se sarà mai sulla scheda elettorale e che non so nemmeno quali cambiamenti di vita comporterà per tanti, ma certo avrà sempre il suo habitat ideale su queste pagine, che nelle prossime settimane diventeranno palestra di dibattito, come una vera «casa del popolo», sia pure del popolo moderato. E resterà nel mio cuore.
Siamo ripartiti.