Contro Israele gruppi violenti organizzati e pieni di denaro

di R. A. Segre

«Non permetteremo che Gaza diventi il porto iraniano nel Mediterraneo... Israele non si scuserà della sua volontà di difendersi... Sta affrontando ipocrisia e parzialità di giudizio affrettato». Con queste parole Netanyahu ha ieri rotto il silenzio governativo e reagito contro l’atmosfera di pessimismo che stava diffondendosi nel Paese a seguito della mal condotta operazione contro il tentativo navale islamico di rompere l’embargo di Gaza. Era ora: c’erano segni di confusione che ricordavano quello dei primi giorni della guerra del kippur del 1973. In comune le due crisi hanno solo il sentimento che Israele si trova di fronte ad una nuova sfida esistenziale. Le differenze sono enormi. Lo scontro, questa volta, non era militare ma virtuale. Non si trattava di difendere un territorio occupato (il Sinai e il Golan) ma la legittimità stessa dello Stato sul campo di battaglia dell’immagine. Non era una lotta contro Paesi arabi o contro i palestinesi ma contro l’Islam radicale, guidato da uno storico alleato, la Turchia, sostenitrice del movimento islamico Ihh legato al terrorismo. Nonostante le smentite, lo scopo è emerso al Parlamento turco, dalle parole del premier Erdogan stesso. Ha esplicitamente ricordato a Israele che «noi in questa regione abbiamo radici», lasciando intendere che Israele non ne ha.
Alle domande che l’opinione pubblica locale pone al governo - come guarire la ferita autoinflitta al Paese e come condurre la controffensiva il governo appare aver adottato dopo ore di tese consultazioni questa linea di condotta:
1. Concentrarsi sui media per spiegare al mondo, non solo occidentale, che Israele è il bersaglio scelto della offensiva turco-iraniana in quanto ostacolo alle loro ambizioni egemoniche sul Medio Oriente e il vittimismo palestinese è l’arma per delegittimare Israele. 2. Abbassare il livello della crisi liberando tutti i passeggeri della «nave della pace» (inclusi quelli coinvolti nella resistenza violenta contro il commando israeliano). 3. Andando contro l’opinione pubblica locale, nel non approfondire lo scontro con la Turchia, ritirando il suo ambasciatore da Ankara (anche se ordinando il rimpatrio delle famiglie dei diplomatici per tema di attacchi) in considerazione dei forti legami economici fra i due Paesi, non colpiti dalla crisi. 4. Sfruttare al massimo la carta virtuale che l’avversario ha messo in mano a Israele: l’immagine dello scontro sulla tolda della Marmara. Ha fatto il giro del mondo suscitando l’ira contro Israele ma dimostrando che i pacifisti sono - qui come altrove - gruppi organizzati, violenti, in possesso di grandi quantità di denaro. Sarà partendo da queste immagini, che anche mostrano il coraggio e il controllo dei nervi dei militari israeliani in pericolo di linciaggio, che verrà lanciata la controffensiva mediatica. Israele accetta la creazione di una commissione di inchiesta, persino internazionale, intendendo servirsene per smascherare l’ipocrisia dei pacifisti islamici e internazionali e se necessario esporre i massacri turchi degli armeni e dei curdi.
A dimostrare l’assenza di una situazione di fame a Gaza è giunto ieri il rifiuto di Hamas di permettere l'entrata da Gaza del cibo e materiale portato dalla «flottiglia della pace» attraverso il confine israeliano. Gerusalemme è disposta a liberalizzare l’accesso di aiuti umanitari a Gaza, ma chiede in cambio l’accesso mensile di delegati della Croce rossa al soldato Shalit prigioniero da quattro anni. L’immediato sostegno dato dall’America al diritto di Israele di mantenere il blocco di Gaza sembra la prima vittoria ai punti in questa nuova strategia. La guerra di immagine è lungi dall’essere vinta. Ma ha fatto capire alla dirigenza israeliana che armi, tattica e strategia in questo nuovo campo di battaglia debbono essere radicalmente cambiate.