Contro Obama/ Ha tradito le aspettative

Caro direttore, ho letto il tuo editoriale e non ci volevo credere. Non volevo credere che in fondo, mentre Obama parlava martedì pomeriggio, non riuscivo a emozionarmi. Ogni volta che l’ho ascoltato prima ero rimasto colpito e affascinato. Stavolta no. Ho trovato il perché: è stato il meno obamiano dei discorsi di Obama. Il giuramento, la storia, la crisi globale: c’era un pacchetto di attese, c’erano due milioni di persone a Washington e ogni singolo buco di questo mondo collegato in diretta. Eccolo Barack: due mesi a lavorare su quel discorso con il suo speechwriter, pronto a salire le scale della vita, a dare un messaggio forte, chiaro, suggestivo.

Non è che sia stato deludente, solo che è stato poco. I riferimenti alla tradizione, all’America del passato, ai valori, alla forza: c’era tutto, mancava solo Obama. Quello che s’è costruito leader con le parole e con la voce, quello del discorso di Boston nel 2004, quando da sconosciuto diventò qualcuno; quello della campagna elettorale, quello della sera delle elezioni, che in un quarto d’ora raccontò al mondo la sua idea di America e di futuro. Martedì è stato emozionante il momento, non i suoi 17 minuti di speech.

Obama è stato Barack solo quando s’è inceppato per colpa del giudice Roberts nella frase del giuramento: se ne è uscito con un sorriso che vale più di uno slogan. Gli sono mancate le parole, gli è mancato lo slancio, quella formula magica l’ha portato fino alla elezione. Dicono gli esperti che il giudizio su un discorso lo si dà dopo vent’anni: «lo dirà chi verrà dopo di noi», hanno scritto. Sarà vero, però il mondo di Obama è questo del 2009. E questo mondo cerca ancora la frase che gli è mancata. Non ci si poteva aspettare un’altra idea tipo «Yes we can». Però qualcosa, uno slogan, una traccia, qualcosa che ti faccia ricordare tra una vita che il 20 gennaio 2009 non è stato solo il giorno del primo presidente nero, ma anche di un presidente che ha cambiato davvero le cose.

Sì, lo so: questo doveva essere un discorso autorevole, da uno che doveva dimostrare di essere all’altezza del compito. Americano, saggio, moderato. Ha parlato all’America, non al resto del mondo. Invece del compito forse è stato un compitino, come succede a quei ragazzi geniali che a volte hanno paura di volare e s’accontentano.
Obama non è questo: Obama è uno che ha convinto destra e sinistra, che con i discorsi ha fatto cambiare idea ai più cocciuti e ideologici. Dov’è l’uomo che ha trascinato le folle con una smorfia? A Chicago, il 4 novembre, ogni parola pronunciata a Grant Park era un colpo: «La strada che ci si apre di fronte sarà lunga. La salita sarà erta. Forse non ci riusciremo in un anno e nemmeno in un solo mandato. Ma io vi prometto che noi come popolo ci riusciremo». Una vibrazione, un’emozione: a Washington non c’erano. C’è stata la ragione, la politica, la retorica.

Obama è di più: l’America l’ha scelto per quello che è stato in campagna elettorale. L’ha voluto a stragrande maggioranza e non certo perché sia cambiata rispetto all’era Bush: è sempre lo stesso Paese e siccome è lo stesso ha scelto quello che riteneva migliore. Nero? Sono passati al di là del pregiudizio che c’è. Non ha retto perché Obama l’ha saputo neutralizzare. E l’ha fatto con le parole: «La risposta è la voce di giovani e vecchi, ricchi e poveri, Democratici e Repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi d’America, gay, eterosessuali, disabili e non disabili: tutti americani che hanno inviato al mondo il messaggio che noi non siamo mai stati un insieme di Stati Rossi e Stati Blu. Noi siamo e sempre saremo gli Stati Uniti d’America». Per chi crede nell’America questo emoziona. L’era della responsabilità al massimo interessa, ma non è la stessa cosa.