Contro Osama è vietata l'ambiguità

Dopo Vicenza il governo è sempre più ingabbiato in una politica estera di cartapesta. La sinistra massimalista ritiene che il corteo abbia cambiato la questione ed invoca un referendum. Si è così daccapo nella pretesa di condizionare le scelte internazionali per esigenze localistiche che sono sì legittime ma non possono sovrapporsi agli obblighi dello Stato. Tanto più che si sta negoziando con gli americani per una diversa localizzazione di «Ederle 2».
Ma Vicenza, per i massimalisti, è un puro pretesto. Il vero obiettivo su cui puntano è il ribaltamento della politica estera e di sicurezza italiana. Non è un mistero che i settori massimalisti della maggioranza non condividono l'Alleanza atlantica, il legame con gli Stati Uniti e il sistema dei rapporti occidentali che hanno fatto grande il nostro Paese. Si tratta, in fondo, della vecchia storia degli anni '40 quando comunisti, socialisti frontisti e una parte di cattolici progressisti si battevano per un'Italia neutralista.
Del tutto simile è la variegata spinta massimalista d'oggi. Dire pacifismo non significa lavorare per una politica di pace, ma disarmare idealmente il fronte contro i nemici dell'Occidente. Invocare la discontinuità significa occhieggiare con indulgenza ai dittatorelli arabo-terzomondisti. Certo non è obbligatorio dire sempre di sì agli americani, da sinistra come da destra, ma in gioco ora è il rigore della politica estera ed il posto dell'Italia nel mondo che nulla hanno a che fare con l'anti-americanismo e il filo-americanismo.
La prova del fuoco in politica estera è ora la nostra missione in Afghanistan su cui già si preannunciano nuove acrobazie parolaie per conciliare l'inconciliabile. In verità sarebbe bene ricordare che, anni fa, la sinistra, nel condannare l'intervento in Irak, giudicava positivamente l'operazione afghana in quanto condotta dalla Nato su mandato dell'Onu e ritenuta utile a combattere il terrorismo.
Oggi, al contrario, si è scatenata la richiesta di ritiro da Kabul o di conversione della missione in fantasiosi impegni civili. Per cui il ministro degli Esteri è costretto ad annunciare una pretesa svolta in politica estera fondata sul multilateralismo e su iniziative internazionali di pace. Ma parlare di una «conferenza di pace» è aria fritta: avrebbe un senso solo se si invitassero al tavolo i terroristi talebani che, ovviamente, non hanno alcuna intenzione di rinunciare al loro mestiere nel segno di Al Qaida. Non meno evanescente è la teoria del cosiddetto «multilateralismo efficace» di D'Alema, disegnata per tacitare i pacifisti-massimalisti. Per parlare chiaro, le Nazioni Unite sono all'impotenza ad eccezione di quando i cinque membri permanenti si mettono d'accordo; l'Unione Europea è (purtroppo) assai divisa, e la Nato fa il suo dovere quando è chiamata ad operazioni belliche, come in Afghanistan dove è in corso un duro scontro militare per arginare l'ondata terroristica di Al Zawahiri, erede di Bin Laden.
Un castello di cartapesta fatto di parole ambigue non può arrestare il piano inclinato su cui scivola il governo. La guerra contro il terrorismo non si affronta con i proclami parolai delle anime belle pacifiste. Dalle montagne dell'Afghanistan si stanno preparando attacchi devastanti per tutto il mondo. Occorre, perciò rispondere alla domanda: che vuol fare l'Italia?
m.teodori@mclink.it