Contro Prodi? Macché

Bastava dirlo subito, accipicchia. Abbiamo perso anni ad alimentare un’aria insopportabile di violenta contrapposizione politica con articoli di fondo spietati, commenti di condanna, titoli durissimi, ogniqualvolta i sindacati e la sinistra scendevano in piazza per manifestare contro il governo Berlusconi. E abbiamo sbagliato, accecati da antichi luoghi comuni, convinti che un corteo dovesse per forza rappresentare una protesta, che sotto delle bandiere rosse o dietro a degli striscioni, rossi pure loro, ci fossero insofferenza, malumore, forse addirittura odio. Figurarsi. Noi avevamo perfino pensato che quegli enormi sforzi organizzativi e quelle ingenti spese per trascinare in piazza centinaia di migliaia di persone nascondessero addirittura una regia, volta, ovviamente, a mettere in difficoltà la persona o l’istituzione presa di mira. O meglio, che noi pensavamo venisse presa di mira.
Solo ieri, domenica 21 ottobre 2007, abbiamo capito l’errore. Frutto della nostra demagogia, del nostro voler essere sempre di parte, che ci hanno impedito di capire perché una folla enorme sente il bisogno di riunirsi spontaneamente e di sfilare per le vie della Capitale. Non «contro» - come pensavamo noi meschini - bensì «con». Corteo - è questo il nostro errore - non vuol dire protesta. Anzi, è una particolare manifestazione di affetto: si marcia per essere vicini a un governo, a un premier, per ricordargli che non è solo (come il potente potrebbe pensare), ma soprattutto per spronarlo a fare ancora meglio, ancora di più.
Questo concetto, che in fondo è elementare, ce l’hanno spiegato magistralmente ieri due quotidiani che da sempre si battono per essere al di sopra delle parti, equidistanti, al servizio unicamente dei propri lettori. «Un milione, non contro Prodi» ha titolato La Repubblica; «Una grande piazza, non contro Prodi» ha ribadito l’Unità. Nessuna sintesi avrebbe potuto essere più efficace per raccontare ai lettori il senso di una giornata trascorsa tra slogan e fischietti. E per illuminare noi sulla nuova tendenza delle manifestazioni. Chissà, ieri ad Arcore, che salto sulla sedia avrà fatto il Cavaliere, che per cinque anni aveva creduto che tutti quei cittadini che sfilavano sotto le finestre di Palazzo Chigi ce l’avessero con lui. Macché. Volevano solo essergli vicini, spronarlo ad andare avanti, a non mollare (meglio: a non gettare la spugna), a fare di più. E lui, Berlusconi, che ci si arrabbiava tanto e ci rimaneva così male...
Ovviamente, non è così. Mai fermarsi ai titoli. Come Diliberto che sabato aveva dichiarato «Sono comunista, ma non sono scemo», anche i due grandi vecchi de La Repubblica e de l’Unità, Eugenio Scalfari e Furio Colombo, ci hanno tenuto a porre dei distinguo nei loro articoli di fondo. E, incolpando entrambi Berlusconi (che novità!), se la sono presa e non poco con quella manifestazione che ha dato l’ennesimo scossone a un governo traballante e a un premier che quotidianamente sfida tutte le leggi della fisica per restare in piedi. Non contro Prodi? E allora contro chi? I loro legittimi dubbi. Già, ma perché dire l’esatto contrario nei titoli? Anche i loro lettori sono comunisti, ma mica scemi.
Nicola Forcignanò