«Contro questo Pdl nell’interesse dei miei elettori»

(...) Non ho infatti mai pensato che la rappresentanza «senza vincolo di mandato» fosse un alibi per fare i propri comodi, ma un maggiore impegno a scegliere consapevolmente, in ogni situazione, l'orientamento che meglio tutela i cittadini. Certo, i parlamentari sono oggi scelti dai capi, non dai cittadini. Ma devono comunque rappresentare i cittadini, non i capi. Se sostituiamo la rappresentanza con la riconoscenza, torniamo all'assolutismo pre-rivoluzioni inglese e francese.
La mia decisione discende da due critiche «di lungo periodo» e da una contingente.
Le prime sono: il mancato rispetto di molti impegni assunti con gli elettori nel programma del 2008, del quale si sono attuati pochissimi punti, sostituiti da provvedimenti di dubbia utilità, decisi lontano dalle istituzioni, talora concepiti per singole persone o aziende; e una ormai conclamata «questione morale» che solo i big del partito continuano a ignorare o negare, avvalendosi di una gestione totalmente verticistica del PdL e agitando lo spettro di un complotto fra poteri forti, toghe rosse e stampa internazionale. Da tutto ciò discende un'azione di governo giudicata inadeguata dalla quasi totalità della comunità scientifica e degli analisti indipendenti.
La critica contingente è che proprio una risicata fiducia strappata con l'adesione di singoli parlamentari, anziché con un allargamento stabile sui contenuti, aumenta il rischio di elezioni anticipate, che il Paese, alla vigilia di cruciali scadenze economiche ed europee, deve assolutamente evitare, e il cui esito sarebbe incerto e instabile come o più di ora.
Ho detto tutto questo pubblicamente, ben prima del voto, anche personalmente al Presidente del Consiglio. Richiesto di un parere, gli ho proposto di evitare il «muro contro muro», fonte di instabilità anche in caso di vittoria, e di allargare a una maggioranza ampia per rafforzare il Governo. Anche altri lo hanno chiesto, e lo stesso Berlusconi sembra oggi meno convinto del ricorso alle urne, e insegue ex post un'apertura divenuta ormai complicata.
Il dissenso su questo punto cruciale per il Paese non poteva essere da me contraddetto con un voto di fiducia, anche se, come sempre, appoggerò il Governo quando farà le cose cui si era impegnato nel 2008, e in molti altri casi.
I commenti e i messaggi che ho ricevuto condividono, in maggioranza, la mia scelta. E che molti siano delusi dal PdL trova conferma nel fatto che circa un terzo degli elettori del 2008 non lo ha rivotato alle regionali del 2010 (in Liguria, il 38%). I sondaggi (che pure non amo) confermano questo calo. Quegli elettori del 2008, quelli delusi, non hanno oggi chi li rappresenti. E se io sono uno dei pochissimi a dar loro voce non significa necessariamente che siano loro a sbagliare, ma forse solo che l'esplicito dissenso di un parlamentare implica la sua non ricandidatura. So bene che sto ponendo fine alla mia breve esperienza politica. Non contano le dimissioni da senatore (che ho comunque offerto, ricevendo un fermo invito a ritirarle per evitare al PdL il danno mediatico di un dibattito in aula e di una votazione segreta dagli esiti incerti). Conta il fatto che il partito non mi ricandiderà, «nominando» al mio posto altri, più obbedienti ai capi.
Esponenti locali del PdL mi hanno pubblicamente definito, anche prima dell'astensione (l'insulto preventivo?): traditore, arrogante, presuntuoso, politicamente incapace, disonesto, moralmente vergognoso. Qualcuno ha detto: «Qualunque cosa è meglio di non votare la fiducia». Forse parlava degli onorevoli Verdini, Cosentino e Brancher, che avendo tutti votato la fiducia sono dunque migliori di me.
Ci sono state anche critiche, civili e rispettabili, di elettori che hanno legittimamente giudicato inopportuno il mio dissenso. E chi nel PdL non mi sopportava già prima, ora si frega le mani: così il mio voto diventa un po' un regalo ai «carrieristi» della politica, mentre fa arrabbiare molti elettori perbene. Questo sì, è un peccato. Forse, come diceva Talleyrand «è peggio di un crimine: è un errore».
Ma non è più il tempo dei rimpianti. Tengo in massimo conto le critiche, anche per il futuro. Chiodi nella mia coscienza e nel mio cuore. Continuo a rappresentare gli elettori fino alla fine del mio mandato, e a lavorare nel loro interesse con le mie energie e il mio impegno, anche quando ne deludo una parte. Perché è il minimo che un politico possa fare, ma pochi lo fanno. E perché, parafrasando Gandhi, dovremmo essere noi stessi il cambiamento che vorremmo vedere nella politica.
*senatore Gruppo Misto