La libertà individuale fulcro del pensiero di Rosmini SCARICA L'EBOOK A 1,99 EURO

Se il socialismo è utopico, il comunismo è il male peggiore per l'abate Antonio Rosmini-Serbati, uno dei più rigorosi liberali italiani del XIX secolo SCARICA QUI L'EBOOK

Oggi disponibile a soli 1,99 euro "Saggio sul comunismo e sul socialismo" di Antonio Rosmini Serbati. Nella società socialista, i governanti “aspirano a ricevere tutte le proprietà in deposito, gli altri debbono aspettare di essere nutriti da quelli amorosamente”.

Al lettore contemporaneo l’italiano di Antonio Rosmini Serbati (1797-1855) può apparire roccioso, a tutta prima impenetrabile. Non ci si crede, che desse consigli in fatto di bello scrivere all’amico Manzoni. Eppure, la vigorosa polemica dell’abate roveretano vale lo sforzo della lettura. Il “Saggio sul comunismo e sul socialismo”, letto in forma di discorso all’Accademia dei Risorgenti di Osimo nel 1847 e stampato la prima volta due anni dopo, è una formidabile demolizione del perfettismo, ovvero dell’ambizione di costruire la società perfetta sulla terra. “L’uomo non è una macchina, miei Signori: e se fosse, a che tanto affetto, di cui gli utopisti si mostrano spasimati, per una macchina?”.

Rosmini si misura col socialismo cosiddetto “utopistico”: Babeuf, Owen, Fourier. Ciò che scrisse, tuttavia, s’applica in buona misura anche al socialismo cosiddetto “scientifico”, che noi meglio ricordiamo. Con sorprendente preveggenza, Rosmini (che non rifiutava per sé l’aggettivo di liberale, sostenitore di un liberalismo che è “un sistema di diritto e insieme di politica, il quale assicura a tutti il prezioso tesoro di loro giuridiche libertà”) colse l’intrinseca contraddittorietà delle dottrine socialiste. Le quali puntano il dito contro la concentrazione delle proprietà in un’economia di mercato (“le diseguaglianze”) ma finiscono per patrocinare l’estrema concentrazione del potere in un unico soggetto: lo Stato.

Pensatore che mai s’accontenta di fermarsi in superficie, Rosmini legge negli autori oggetto della sua critica anzitutto l'esproprio di qualsiasi responsabilità individuale, ad apparente sollievo dei singoli. Proprio questa banalizzazione dell’essere umano (mera pedina sulla scacchiera sociale) consente d’immaginare “nuovi sistemi dove non è più nulla l’individuo, il governo è tutto” e l’individuo altro non deve che “eseguire materialmente gli ordini” del governo cui gli utopisti affiderebbero “ogni immaginabile potere”.

Leggendo oggi Rosmini, vien da pensare ch’era scritto che il comunismo fosse la più strepitosa macchina assassina mai vista sulla terra. Se la società perfetta deve funzionare come un impeccabile meccanismo, ciò richiede una tale concentrazione di potere che per la libertà non c’è più spazio.