«Contro la sofferenza l’unica arma è il dialogo»

«La cultura più diffusa in questi nostri tempi, nella cosiddetta “società della comunicazione”, odia la morte perché odia il dolore, è insofferente alla sofferenza. Così accade che ci siano troppe persone, in particolare troppe donne che, pur portandosi dietro dei traumi o nodi familiari o comunque privati, sanno di non poterne mai parlare con il proprio ragazzo perché devono apparire solo belle, divertenti, felici. Otto su 10 fidanzati, pur in una relazione che dura da 5-6 anni, sanno pochissimo l’uno dell’altro. Il dolore allontana l’altro, lo stanca... Così non ci si parla proprio. Purtroppo siamo ancora vittime di quello che il regista Ingmar Bergman definiva “analfabetismo emozionale”».
Paolo Crepet, 55 anni, psicologo, psichiatra e scrittore (uscirà a breve, per Einaudi, la sua ultima fatica, realizzata insieme all’architetto Mario Botta «Dove abitano le emozioni», una visione critica sugli spazi della nostra realtà) è rassegnato. «Dicono che sono retorico a parlare sempre d’incomunicabilità. Eppure l’unica arma che abbiamo contro la sofferenza è parlare tra noi - spiega, con un lungo sospiro -. Nel caso di questa giovane suicida la rottura del rapporto con il fidanzato, probabilmente, è solo la classica goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo. Bisogna capire perché il vaso fosse in quello stato. Anche se mi rendo conto che è l’aspetto più complesso e misterioso della vicenda».
«In chi si toglie la vita, infatti, giocano due tipi di fattori: predisponenti, o di rischio, e precipitanti. I primi riguardano vecchie lacerazioni che ci si porta dietro da tempo e che scavano senza sosta nel nostro interno. Ad esempio un abuso, un lutto o la lunga convivenza con un malato cronico-degenerativo. Ben il 50 per cento delle donne che compiono questi gesti sono influenzate da tali fattori. Poi ci sono i fattori precipitanti che sferrano, però, solo il colpo finale. Un’avversità, una relazione finita male. Basta poco».