Controindicazioni delle primarie: dubbi e debolezza

Federico Guiglia

E così quattro giorni dopo l'anniversario della scoperta dell'America, l'Unione celebrerà con le primarie il suo sbarco politico in Italia. Ma all'appuntamento del prossimo 16 ottobre convocato per eleggere il candidato del centrosinistra per Palazzo Chigi, non ci saranno rappresentanti né del primo né del secondo partito della coalizione. Ds? Margherita? Non pervenuti. Nessun aspirante scenderà dalle principali caravelle, come se la contesa sulla terra ferma non li riguardasse. In compenso già brillano tutti i colori del rosso, compreso l'elettrizzante di Alfonso Pecoraro Scanio che pur corre per i Verdi. Con lui saranno in gara l'outsider Fausto Bertinotti, l'eurodeputato Antonio Di Pietro (alle ultime europee fu l'alleato di Achille Occhetto) e forse anche un nome scelto dai girotondi. Tirando le somme, a oggi l'unico candidato non radicale che si preannuncia in alternativa sportiva al favorito Romano Prodi, sarà il centrista e centometrista Clemente Mastella.
Ogni paragone con le primarie che da tempo si svolgono negli Stati Uniti sarebbe, va da sé, azzardato. Ma non si può non vedere l'abisso che corre fra chi, repubblicano o democratico d'America, cerca il vasto consenso dei non radicali (o moderati che dir si voglia) per arrivare all'incoronazione; e chi, in Italia, pare mosso dalla preoccupazione opposta, ossia come non perdere l'assenso di tutte le varie anime alla sinistra del centro. A tal punto da averle involontariamente rese protagoniste di una competizione che in realtà era stata pensata per il protagonismo di Prodi. E invece tutti qui a chiedersi: a quale percentuale arriverà l'ascesa di Bertinotti? Quanti voti sapranno intercettare i «movimenti», se si mobiliteranno? E i Verdi, e Di Pietro quale peso avranno, alla fine, per condizionare il programma del leader designato dal centrosinistra in cerca del «via libera»?
Ma a questo interrogativo che capovolge il senso della novità (la novità di sapere non già di quanto Prodi vincerà, ma quanto riuscirà, a conti fatti, a esercitare la leadership), s'aggiunge una seconda e significativa anomalia: l'assenza delle due principali forze della coalizione guidate da Piero Fassino e da Francesco Rutelli rispettivamente. La prima, si sa, sostiene l'esterno Prodi, mentre la seconda lo subisce come un estraneo a cui ormai non si può più dir di no. Ma né gli uni e più fedeli né gli altri e più diffidenti hanno deciso di proporsi loro direttamente nella sfida. Lasciandosi così aperta ogni possibilità nell'interpretazione del verdetto, all'indomani.
Se Prodi avrà raccolto un risultato apprezzabile nonostante la vivace concorrenza, ds e Margherita potranno dire all'unisono: merito nostro. Ma se Prodi non avrà raccolto un risultato apprezzabile? Che succede, se il prescelto sarà rimasto al di sotto della soglia immaginaria e immaginata del successo, insidiato da troppi candidati e non digerito dai «malpancisti» presenti anche se silenti nei due maggiori partiti dell'Unione?
Le primarie potrebbero dunque trasformarsi nell'opposto di ciò per cui sono state inventate, seminando nuovi dubbi sulla guida del centrosinistra, anziché consolidando la certezza di Prodi candidato premier. La forza debole di un boomerang. Tant'è che per non dare adito ad altri dilemmi nel dilemma, il prudente Walter Veltroni s'è tirato fuori, ripetendo che soltanto alla poltrona di sindaco di Roma lui ambisce e ambirà. Almeno per ora.
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