Contrordine femminista: le donne in cucina

La pioniera del movimento inglese Rosie Boycott si pente: basta lotte per l’emancipazione, ora invita mogli e single a tornare a un ruolo "tradizionale". Pranzi in ufficio, cene veloci e silenzio a tavola: così con il fegato si rovina anche la famiglia

Era ieri. La mamma, la chiesa, a modo e per bene. Era tutto quello che le femministe non volevano, il loro antimodello. Quello che aborrivano, quello da cui scappare, testarde e orgogliose. Scendevano compatte in piazza per urlare: «noi no, indietro non si torna». Proclami e promesse, ossessioni e allergie per un mondo che sapeva di vecchio e sorpassato. La giornata ordinata, scandita dai pasti loro la snobbavano. Il tempo della rivincita parlava chiaro: manicaretti, camicie stirate, faccende domestiche, tutta una perdita di tempo. C’era l’affermazione personale, la rinascita dell’identità femminile: emancipata, nuova, al lavoro.

L’appuntamento a tavola con la famiglia intanto era scivolato sempre di più nell’oblio, sgretolato da un tempo tiranno. Una colazione veloce, un pranzo che diventa uno snack da sgranocchiare in ufficio, una cena arrangiata dopo corse al supermercato tra le corsie dei surgelati. Era ieri che la cena take away faceva tanto mamma in carriera, una chiccheria da status sociale a doppio reddito. Era ieri appunto. Oggi invece le cose sono cambiate. È la stessa Rosie Boycott che nel 1970 nel suo magazine femminista inglese, Spare Rib, scriveva contro ogni singolo minuto passato ai fornelli, oggi ci ripensa e sul Guardian ammette: «Per il nostro modo di pensare cucinare era da per persone frivole e pericoloso politicamente. Ma ci sbagliavamo».

Il sentimento che resta è la nostalgia. La Boycott si chiede se il prezzo che le donne, e gli uomini, pagano al post femminismo non sia troppo alto. Si chiede se questa è vita, se l'emancipazione della madre e della moglie dai fornelli non rovini fegato, pancreas e apparato digerente di chi sopravvive nelle metropoli, cattedrali dell'economia virtuale. «Mia madre - racconta - era un tipo che anticipava i tempi. Evitava di insegnarci a cucinare. Lei stessa si rifiutava di farlo. Io sono cresciuta con questa cultura, cucinare per me significava precludersi le strade degli uomini, quelle vincenti».

Sotto accusa torna la famiglia di questo squarcio di secolo, senza più un fulcro, senza un'identità, con padri e madri che arrancano per dare un equilibrio al bilancio familiare, per far tornare conti e tempi, scappando, correndo, navigando qua e là, con l'utopia di non perdersi nulla. A pagare sono soprattutto le donne, cariche di sensi di colpa e divise tra l'etica del lavoro e quella della maternità. «La maternità - spiega l’onorevole Federica Rossi Gasparrini presidente nazionale Donne europee Federcasalinghe - è ancora la prima causa di abbandono del lavoro per le donne, una su cinque lascia dopo il primo parto, colpa degli orari di lavoro, scomodi e troppo lunghi». È l'eredità di modelli organizzativi pensati per gli uomini, per un'altra era e mai ridefiniti. Il femminismo insomma ha cambiato i ruoli, il problema è che il mondo non si è adeguato. Lo slogan del nuovo femminismo dovrebbe essere questo: non si può fare tutto. Il prezzo da pagare è la qualità della vita. La classica famiglia borghese è andata in pensione e il mestiere di casalinga è un lusso che solo poche fortunate si possono concedere. È questa la realtà e sembra un paradosso. Resta per tutte le donne di questa generazione di famiglie in bilico una stupida domanda: ma non c'è una terza via?