La controrivolta dei milanesi per riconquistare Chinatown

Espongono i cartelli ma vogliono restare anonimi per il timore di una «vendetta»

«Ero fiera di vivere in quella che quarant’anni fa chiamavano l’altra Montenapoleone. Altro che Chinatown». Parla di via Paolo Sarpi una delle utime commercianti milanesi «sopravvissute» in mezzo al fiorire di simpatici sgabuzzini con la merce tutta uguale, colmi fino alle pareti di sacchi in plastica verde o blu. «Il mio nome però non scrivetelo - si tappa la bocca la signora -. Altrimenti domani mi ritrovo il negozio sottosopra».
Sintesi di uno stato d’animo diffuso il giorno dopo le urla, le botte, i vetri in frantumi sulla polizia e i vigili urbani. Tra chi vive e lavora da queste parti c’è voglia di reagire, di lottare per il ripristino della legalità. E un filo di malcelata paura, perché «quello che è successo l’altro giorno potrebbe ricapitare. Avete visto tutti. Ci hanno messo un momento per scendere in strada a centinaia. Il prossimo pretesto e saremo punto e a capo». Lo choc per una reazione spropositata e sproporzionata (una multa da 40 euro il prezzo della rivolta) farà fatica ad andar via. Anche se c’è chi si rimbocca le maniche e tira su la saracinesca. Nonostante tutto. Come Riccarda, Antonio, Emanuela. Una madre e una figlia, proprietarie di una gioielleria. «Non ammettiamo che ci diano dei “razzisti”. Questa città ormai è anche loro. Però è bene che si faccia chiarezza su alcune cose». Citazione dall’elenco: «Da dove arrivano quei milioni che offrono per comprare i locali degli italiani? Perché mai uno scontrino? È vero che nei loro bar ci sono ragazze che si prostituiscono? Cosa nascondono nei retro bottega?...». E l’unanime apprezzamento per le autorità pubbliche che «finalmente stanno facendo applicare la legge, con fermezza e coraggio. Se covano insoddisfazione la esprimano in modi più civili». Pronti al dialogo per ricominciare, insomma, ma nel rispetto di regole valide davvero per gli italiani come per i cinesi. Ieri un primo scambio di idee era affidato a dei cartelli gialli scritti dai cinesi in italiano, tre parole appese alle vetrine dei magazzini: «Diritto al lavoro». E poi a discutere in capannelli, davanti al «loro» giornale in lingua.
Un clima di relativa normalità che non frena in ogni caso le valutazioni dell’associazione di cittadini ViviSarpi. «Simili manifestazioni di protesta sono illegali nei contenuti e nella forma - dichiara il presidente Pierfranco Lionetto -. Esprimiamo solidarietà ai vigili e ai poliziotti aggrediti. Mentre sono francamente incomprensibili le posizioni del console cinese che parla di “protezione di interessi”, quando questi interessi si svolgono in violazione delle leggi italiane. Piena sintonia, invece, con le parole del sindaco Moratti a proposito dell’intollerabilità di zone franche in città. Ribadiamo che è questa l’unica via da praticare per restituire vivibilità alla zona». Ztl, delocalizzazione del commercio all’ingrosso e certezza delle sanzioni. «Nei tempi necessari».