Controrivoluzione: la Cina legalizza la proprietà privata


La proprietà in Cina non è più un furto. Con grandi applausi e standing ovation l’Assemblea del popolo ha salutato ieri a chiusura della sua sessione annuale di due settimane il voto quasi unanime della legge a tutela della proprietà privata, sostenuta dal partito: 2.826 voti a favore, 37 contrari, 22 astensioni. Formalmente organo legislativo, di fatto chiamata ad approvare decisioni prese dal partito, già nel marzo 2004 essa aveva modificato la Costituzione proclamando che la «proprietà privata legittimamente acquisita è sacra e inviolabile».
Ci sono voluti tre anni per la legge di attuazione, con 247 articoli che stabiliscono minuziosamente i diritti di proprietà e la loro ereditarietà, dai titoli azionari e a reddito fisso, loro dividendi e rendite, ai mezzi di produzione, cioè imprese private con relativi impianti, a beni immobiliari, definendone perfino la comproprietà delle parti comuni.
L’Assemblea ha inoltre sancito la fine di trattamenti preferenziali per le imprese straniere: le imposte a loro carico salgono dal 15 al 25%, e si abbassano dal 33 al 25% quelle per le imprese nazionali. Le compagnie a capitale straniero hanno pagato l’anno scorso complessivamente in vari tipi di imposta 102 miliardi di dollari, pari al 21% delle entrate tributarie. Il governo non teme che con l’inasprimento diminuiranno gli investimenti dall’estero: sia perché i costi restano favorevoli per le delocalizzazioni, sia perché molte imprese puntano al mercato interno, non alla produzione per l’export. Le compagnie con capitale straniero erano, al 31 dicembre scorso, 594mila, con un impiego di capitali per quasi 700 miliardi di dollari, di cui oltre 60 solo nel 2006.
La legge sulla proprietà era in gestazione da 12 anni, ben prima che il principio fosse sancito in Costituzione, ed è il punto finale di una lunga lotta politica. Per sette volte redatta, contrastata, modificata, fino a questa sua versione finale che legittima ciò che si è di fatto creato negli ultimi 15 anni, con milioni di persone divenute milionarie, alcune centinaia di milioni assurte a classe media da una società di tutti uguali nella miseria: proprietà privata di fabbriche, imprese commerciali, beni mobiliari e immobiliari, case. «Una pietra miliare nella nostra storia legislativa», commenta entusiasta l’economista Hu Xingdou, contrastato da un esponente della vecchia scuola marxista, Go Xiantin: «Se Mao fosse vivo, questa legge non sarebbe mai neanche stata proposta».
Il partito lascia parlare la scarsa e ininfluente componente di sinistra, coi suoi liturgici richiami a Mao e ai fallimentari risultati del suo lungo regno, badando ai risultati: lo sviluppo è dovuto all’iniziativa privata nazionale e agli investimenti stranieri, finora protetti da norme ad hoc, ma ora garantiti da legislazione generale.
«Solo quando la proprietà è ben tutelata gli individui hanno l’entusiasmo per creare nuova ricchezza a beneficio proprio e di tutti», commenta uno degli estensori della legge. Il settore non statale dell’economia, incluse le imprese a capitale straniero, conta oggi per il 65% del prodotto interno lordo e costituisce il 70% delle entrate tributarie.
Viene salvaguardato il principio della terra quale proprietà del popolo, con distinzioni di proprietà statale, tipo demanio, e collettiva, cioè gestita da comitali locali. Riconoscendo quel che di fatto è già avvenuto da anni col grande boom, si stabilisce il leasing delle aree fabbricabili e ad uso industriale per un certo numero di anni, rinnovabile; lo stesso per i terreni agricoli, per i quali ai contadini viene ceduto l’uso, vendibile e acquistabile. Ma su di essi viene centralizzato il controllo, per fermare o limitare gli abusi e la corruzione di boss locali, che spesso con indennizzi irrisori o nulli espropriano i contadini per costruire sui terreni fabbriche o palazzoni: una pratica che solo nel 2005 ha suscitato circa 70mila rivolte locali, duramente represse, ma che benché isolate mettono in pericolo la stabilità. Il potere cerca di tranquillizzare le moltitudini della Cina contadina, circa 800 milioni, rimasti distaccati dallo sviluppo urbano.
Con tutto ciò, la Cina nominalmente ancora comunista fa un altro Grande balzo in avanti nella Lunga Marcia per lasciarsi alle spalle Mao.