Controsenso apparente: la sinistra «simpatica» è quella più sprezzante

Caro Dott. Granzotto. Ho letto l’editoriale di Giuliano Ferrara sul Foglio. Si conclude con questo giudizio: «Eppure, nonostante tutto questo, la sinistra si guadagna la pagnotta della simpatia universale, la destra in ogni campo soffre di una forma di disprezzo pubblico che è poi il nucleo dell’ideologia dominante». Perché? Senza scendere ad analisi complesse e come tali cerchiobottiste per natura, il nocciolo del problema lo descriverei cosi: la sinistra libera, con scelte chirurgiche, dai complessi di colpa esistenziali e offre alibi morali a tutti quelli che le tornano utili. Sentirsi svincolati da tali zavorre è piacevole, allettante, giustificatorio. Miliardari e capitalisti si può essere, eccome, basta dichiararsi e apparire di sinistra. L’esserlo è irrilevante, perché quanto di nefasto, riprovevole e repellente si attribuisce a quei termini si volatilizza. Idem per «borghese» e per tutte le connotazioni (dittatura, autorità, egoismo, violenza, corruzione etc...) che riferite alla destra, restano sataniche. La pagnotta della simpatia non si nega a chi si pone come il nuovo «Agnus Dei qui tollis omnia peccata mundi». La cultura di sinistra cui si attribuisce il merito d’aver forgiato uomini d’acciaio (Baffone) ha svilito se stessa e oggi appare come un semplice, banale, comodo salvacondotto, scritto con grafia universale, perché sia valido dappertutto. La cultura, quella vera, è un impegno continuo e fecondo, responsabile e tormentato, della mente e dell’anima, cioè, tutt’altro. Poi succede che lo sia «in parte più e meno altrove». Sono troppo sbrigativo? Forse, ma mi disturba l’ebete beatitudine del politicamente corretto.
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Io la vedo così, caro Lupi: la pagnotta della simpatia la sinistra se la guadagna principalmente a sinistra. Ed è da sinistra che principalmente si disprezza la destra. Massimo D’Alema. Forse gode unanime simpatia a destra? Non che ne riscuota soverchia a sinistra, ma a destra, zero. E poi, si fa presto a dire sinistra. Quella «simpatica» da un lato e «sprezzante» dall’altro è una mutazione genetica della sinistra propriamente detta, falce e martello. Segni caratteristici: titolarità del dominio intellettuale e culturale (sempre, però, entro lo stabulario «sinceramente democratico»), molto snobismo, molto benessere materiale, molta ipocrisia, molto moralismo peloso, molto cinismo e altrettanta boria. La sinistra «sinceramente democratica» della sinistra-sinistra ha conservato solo due prospettive. Primo, il dogmatismo: non ha dubbi, solo certezze. Le certezze di essere nel giusto, nel vero e di interpretare appieno quali siano i bisogni e le aspirazioni dei lavoratori, dei giovani, delle donne, degli studenti, degli omosessuali, dei transessuali, dei daltonici, dei condomini, dei baritoni, dei floricoltori, degli arrotini e dei pensionati. Secondo, l’odio di classe (senza odio, niente rivoluzione. Quella francese insegna). Gli elementi della formula marxista sono saltati da quel dì e parlare di classi oggi fa un po’ ridere, però l’odio, quello è rimasto. E si riversa sulla parte politica che da oltre mezzo secolo impedisce alla sinistra una volta comunista e oggi «sinceramente democratica» di prendere il potere. Ciò la rende furiosa, vendicativa e sprezzante. L’odio nei confronti di Berlusconi e dei «servi di Berlusconi» (così detti dai Travagli e dai Maltesi. Io sarei un servo di Berlusconi. Feltri e Sallusti, servi e mantenuti) è totale e obnubilante, di pelle e di fiele, e il discrimine è tutto qui. La destra liberale non odia. Caso mai disprezza, ma c’è una bella differenza. L’odio è il sentimento di ferina ostilità che porta a desiderare il male altrui, il disprezzo è il sentimento di chi non ha nessuna stima o considerazione di qualcuno. L’odio è ottuso ed è dell’uomo forse simpatico, non lo so, ma certo stolido. Il disprezzo è razionale ed è dell’uomo forse da disprezzare, non lo so, ma certo pensante col proprio cervello e non con quello, mettiamo, di Fabio Fazio.