«Controtempo»: al telefono c’è l’11 settembre

È andato in scena la prima volta a Parigi nel 2003 con la regia di Didier Lang e Alexandra Lamy interprete. Adesso Controtempo del drammaturgo francese Christian Simeon ha una versione italiana che, diretta da Gabriele Vacis e in cartellone all’Ambra Jovinelli fino a domenica, sembra fin troppo strutturata sul temperamento ironico della sua protagonista, Francesca Reggiani. Anche se il testo, a parte qualche passaggio, non è affatto comico. Anzi, rappresenta un tentativo, a nostro avviso non del tutto riuscito, di mettere insieme l’assoluto della tragedia universalmente intesa con il quotidiano di un dramma piccolo e personale. In Théorbe (questo il titolo originale) si parla, infatti, dell’attacco alle Torri Gemelle di New York. Ma se ne parla dal punto di vista di una musicista ansiosa che si trova nelle condizioni di dover affrontare un’importante audizione proprio l’11 settembre di sei anni fa. La normalità di un appuntamento come tanti viene qui compromessa da una serie di angoscianti coincidenze: la donna si accorge di essere stata inavvertitamente chiusa in casa dal compagno, che lavora al World Trade Center, e rischia di non riuscire ad aprire la porta in tempo. Il tutto mentre l’orologio scandisce i minuti che separano i frammenti di questa microstoria dall’immane atrocità che quella mattina sconvolse il mondo. E seppur l’epilogo, drammatico, ci lascerà intuire la resa ad un lutto che è sinonimo di lacerazione e cambiamento, qualcosa in questa drammaturgia monologante sembra non funzionare. La scrittura, ad esempio, è costruita sostanzialmente sulle telefonate che la protagonista intrattiene con la madre, con il fratello e con una galleria di figure più o meno coinvolte nel dramma delle chiavi. Ciò implica un’eccessiva staticità. Tanto più che l’attrice resta seduta per buona parte dello spettacolo; solo talvolta interloquisce con un’altra donna (Beatrice Schiros) la cui presenza, dapprima funzionale al lungo flash-back che raccoglie il racconto, perde poi di senso. Va pure detto che, al di là dell’impianto registico, ciò che più stride è proprio la resa espressiva della Reggiani: troppo se stessa, troppo poco diversa dai ruoli cui ci ha affettuosamente abituati. Bisogna attendere le ultime scene per notare uno scarto emotivo forte. Allorquando la donna si disfa del suo strumento musicale e prende atto della necessità di ricominciare. Ma è davvero pronta per farlo? È davvero possibile tradurre in parole e immagini gli stati d’animo di «chi c’era»? Non si corre, piuttosto, il rischio di rimpicciolire l’incommensurabile e ingigantire il banale?