Via alla convention democratica Ma per Obama è l’ora della paura

Il «keniota dal cuore grande» sarebbe stato un poligamo e un arrivista

nostro inviato a Denver
Doveva essere una convention trionfale, il sigillo all'elezione di Barack Obama con due mesi di anticipo. Solo due mesi fa il suo vantaggio sembrava abissale: 15 punti percentuali e oltre trenta Stati sicuri. È diventata la convention della paura. Lo leggi sui volti dei delegati, che da ieri affollano il palazzetto dello sport di Denver. E non bastano gli urrah della prima giornata a scacciare l'ansia che pervade tutti, a cominciare dal protagonista principale, che qui arriverà solo giovedì ma che continua a far campagna in giro per gli Usa.
Che cosa succede a Barack Obama? Dovrebbe dar la carica e invece in queste ore appare spento. Nei comizi continua ad attaccare John McCain, ma senza quella carica retorica con cui solitamente riesce a infiammare il cuore dei suoi sostenitori. Per la prima volta da tanto tempo le parole non fluiscono con facilità, i tempi delle battute sono sbagliati, il sorriso è tirato. Un Obama quasi balbettante, dallo sguardo cupo, inquieto.
I sondaggi, certo, non lo confortano: l'ultimo della Cnn dà i due candidati alla pari a quota 47%. Ma c'è dell'altro; la vera rottura sembra essere interiore: una crisi, inaspettata, di fiducia. Il senatore dell'Illinois ha digerito male il ko nel primo confronto televisivo con McCain. Si aspettava una reazione entusiastica all'annuncio di Joe Biden come vice, che però non c'è stata. Ha cambiato strategia di comunicazione puntando sugli spot negativi, ma senza risultati apparenti; quelli di McCain sono molto più efficaci. Insomma, non ne azzecca più una. E questo lo rende fragile e insicuro.
Ora la convention. Di solito è il candidato che, forte del suo entusiasmo, trascina il partito; questa volta, invece, devono essere i delegati a ridare carica e fiducia al loro beniamino. Ma le premesse non sono incoraggianti, a dispetto della apparenze. Ieri si è rivisto persino il senatore Ted Kennedy, che pur segnato dal tumore al cervello, ha voluto essere presente a Denver. E la moglie di Obama, Michelle, ha tenuto il discorso principale, durante l'ora di massimo ascolto televisivo; per esaltare le virtù di suo marito; per narrare la storia, molto americana, di una coppia che è riuscita ad affermarsi superando la povertà e la diffidenza razziale.
Ma è ancora una volta a Hillary a turbare il candidato alla Casa Bianca. La senatrice di New York parlerà oggi e domani inviterà i suoi delegati a votare per Obama. La parola d'ordine è: evitare polemiche. Ma dietro le quinte cresce la tensione tra i fan del senatore nero e quelli dell'ex first lady, che non hanno ancora digerito la sconfitta e che in cuor loro speravano nella nomina a vicepresidente. Ieri è scoppiata la prima polemica: un sostenitore nero della Clinton ha accusato Emil Jones, presidente del Senato dell'Illinois e mentore di Obama, di aver offeso l'ex first lady, definendola «uno zio Tom». La prima ma forse non l'ultima. Obama incrocia le dita: che succederebbe se durante la convention la platea si dividesse, con i clintoniani a fischiare e gli barackiani ad applaudire o viceversa?
David Axelrod, lo stratega del senatore afroamericano, tenta di spazzare via i dubbi e pronostica un congresso grandiosa, ma Donald Fowler, ex presidente del partito, avverte: «Il fascino non basta più, Obama deve dimostrare di essere un vero leader». Occorrono temperamento, solidità ed esperienza. Il problema è tutto qui.