La Convenzione di Amato conviene solo a Prodi

Costituzionalista tra i più autorevoli, il ministro dell’Interno Giuliano Amato condivide in pieno l’opinione del presidente Giorgio Napolitano. Pure lui si rende conto che dopo la bocciatura referendaria della riforma costituzionale sponsorizzata dalla Casa delle Libertà, il cammino riformistico non può segnare il passo. Altrimenti la lunga transizione cominciata nel 1994 non avrà mai fine. Con seri rischi di un ritorno al passato, quando i cittadini concedevano una delega in bianco a partiti, che dopo il voto se la giocavano a piacimento. E la sua proposta di una Convenzione che elabori una riforma elettorale efficace e condivisa nasce per l’appunto dalla debolezza della politica. Amato ritiene che una ristretta assemblea della quale facciano parte non solo rappresentanti del popolo ma anche esperti del ramo possa trovare la chiave del rebus meglio di quanto sia in grado di fare il Parlamento.
Un tentativo, quello di Amato, per uscire dalla palude nella quale sta sprofondando il ministro Vannino Chiti. Alto papavero della Quercia, su incarico del presidente del Consiglio si è fatto il giro delle sette chiese. Ha incontrato un po’ tutti i partiti per sondarli sulle loro intenzioni in tema di modifiche alla legge elettorale. Ma non ha cavato un ragno dal buco per la semplice ragione che si è verificato un dialogo tra sordi. E non poteva essere altrimenti. Perché i partiti erano interessati a conoscere le intenzioni del ministro. Che non ha aperto bocca dal momento che in tema di riforma elettorale il centrosinistra assomiglia sempre più a un’associazione di liberi pensatori. E il ministro a questo punto non poteva pretendere che l’opposizione scoprisse le proprie carte per il masochistico piacere di essere infilzata meglio. Perciò, a meno di un miracolo, si continuerà a menare il can per l’aia per chissà quanto tempo ancora.
Per Amato dunque la Convenzione rappresenterebbe un’alternativa all’impasse. E, come tale, sarebbe apprezzabile. In realtà avremmo, come ha osservato Baget Bozzo, una quarta edizione di commissione bicamerale. Dopo quelle presiedute rispettivamente da Bozzi, De Mita e Iotti, e da D’Alema. Tre fallimenti epocali. E poi dopo il bell’esito della Convenzione europea, un minimo di scaramanzia non guasta. Del resto, si sa che la via dell’inferno è lastricata di eccellenti intenzioni.
Francesco Cossiga sospetta che alla fine a trarne vantaggio sarebbe Romano Prodi, che ha detto un mezzo no al suo ministro dell’Interno ma, sotto sotto, si frega le mani. E non a torto. Per dar vita alla Convenzione occorrerebbe una legge costituzionale ad hoc in deroga alle procedure disciplinate dall’articolo 138 della nostra legge fondamentale. Se ne andrebbe così un anno intero. E la Convenzione avrebbe il suo bel daffare. Infine le Camere dovrebbero dire sì o no, secondo la logica del prendere o lasciare. A conti fatti, l’eventuale lieto fine lo avremmo dopo il 15 giugno 2008. A tempo scaduto. Dopo il termine ultimo per lo svolgimento del referendum elettorale che, qualora fosse raggiunto il quorum e prevalessero i sì, manderebbe all’aria il parto della Convenzione. Nel frattempo, mentre le teste più lucide di entrambi i fronti si lambiccherebbero il cervello alla ricerca della quadra elettorale, Prodi se ne starebbe beato a Palazzo Chigi. Felice come una Pasqua perché il chiacchiericcio sulla riforma elettorale gli allungherebbe la vita ministeriale oltre ogni ragionevole previsione. Furbo lui o ingenui i suoi avversari?
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