La conversione antimoderna del guru della gauche L’uscita postuma del «Diario del dolore» suscita polemiche in Francia perché mai autorizzata dal grande scrittore

È uscito pochi giorni fa, in Francia, l’inedito Journal de deuil (Diario del dolore) che Roland Barthes (1915-1980) redasse tra il 1977 e il 1979. Roland Barthes è ritenuto da molti il più grande critico letterario di tutti i tempi, ed è sicuramente l’ultima icona della grande cultura francese, prima del suo misterioso inabissamento.
L’uscita (contemporanea a quella dei Carnets du voyage en Chine, pubblicata da Christian Bourgois, risalenti al viaggio fatto dall’11 aprile al 4 maggio ’74 in compagnia di François Wahl e di una delegazione di Tel Quel), è stata preceduta da accese polemiche, innescate soprattutto dal vecchio amico di Barthes, François Wahl, che fu suo editore (Seuil). Oggi proprio Seuil, orfana di Wahl, edita questo diario, nato da una scelta personale, quella di «estirpare l’angoscia mediante la scrittura» in seguito alla morte dell’amatissima madre, Henriette Binger (1893-1977).
Difficile dar torto a Wahl, non solo dopo aver letto questo diario, ma addirittura prima di averlo letto. Note che sarebbero potute stare in una cinquantina di pagine vengono gonfiate fino a formare un libro di oltre duecentosettanta pagine. C’è una disonestà che trapela fin dalle scelte tipografiche.
Non che manchino le osservazioni geniali e toccanti. Come quando l’autore accusa con dolore un certo inaridimento (sécheresse) del cuore in luogo dell’attesa magnanimità (retorica del dolore). O come quando riconosce la presenza materna nella propria opera dal fatto che essa è pervasa da un’idea del Bene Supremo. O come quando confessa il proprio disagio di fronte alla «mondanità» (di cui era il re) e il proprio bisogno di un «dolce spaesamento».
Vediamo Barthes stupito di fronte a un brano evangelico (il pianto di Gesù prima di resuscitare Lazzaro), lo vediamo sostare - lui, irreligioso - nella chiesa di Saint Sulpice, a due passi da casa, e sostare per qualcosa che non è una preghiera, ma allora cos’è? Lo vediamo davanti alla tomba della madre, sgomento: «Una volta lì, non so cosa fare. Pregare? Che significa?».
Del resto, tutto Barthes è geniale e toccante, anche i suoi errori, anche le sue sviste sono geniali e toccanti, perché mai, nemmeno per un istante, Barthes ha smesso di trattare la letteratura e la lingua come una questione di vita o di morte, in una relazione con il corpo che fu sempre una relazione con il proprio corpo. Leggiamo in una nota: «Nella frase lei non soffre più a cosa rimanda quel lei? Che significa, qui, il tempo presente?».
Nei diversi periodi della sua produzione, questa forte esistenzialità nel rapporto col proprio oggetto, anche nei momenti di massima scientificità, rimane come il grande fil rouge, la grande differenza che lo separa da tutti gli altri suoi compagni di cammino. La lingua fu il suo dramma e insieme la sua metafisica, la sua malattia e insieme la sua felicità, il più universale dei concetti e insieme il più intimo dei particolari. Il suo dio.
Grande guru della sinistra francese, moderno tra i moderni, Roland Barthes dovrà veder capitolare la propria modernità (che a mio avviso non era mai stata tale) al cospetto della sofferenza e della morte di sua madre. In una parte di diario pubblicata nel 1979 su Tel Quel col titolo Déliberation - a quel tempo le dimensioni del côté diaristico di Barthes erano ancora ignote - troviamo una nota, datata 13 agosto 1977, in cui leggiamo: «All’improvviso non m’importa più di non essere moderno». Frase che ritroviamo in apertura di un celebre scritto dedicatogli dal suo grande allievo eretico, Alain Finkielkraut, uno degli uomini più invisi alla gauche di oggi. Del resto anche l’altro grande allievo, Antoine Compagnon, nella sua opera maggiore, Les Antimodernes, piazza senza mezzi termini Barthes tra i maestri dell’antimodernità, con De Maistre, Chateaubriand, Baudelaire e addirittura Péguy.
La morte di Henriette Binger allontana Barthes dall’intellettualità di un tempo e, sulle orme di Proust, lo spinge sulla via del romanzo, che non verrà mai scritto, ma di cui ci restano alcuni frammenti: i due corsi di lezioni al Collège de France dedicati alla «preparazione del romanzo» (il suo proprio romanzo), il capolavoro La camera chiara e un saggio, l’ultimissimo, dedicato a Stendhal - oggetto del nuovo corso, mai tenuto, al Collège - e intitolato Si fallisce sempre quando si parla di ciò che si ama.
In questo saggio, Barthes invoca la necessità del romanzo affinché sia possibile ciò che la lingua quotidiana e quella dei diari rendono impossibile: parlare di ciò che amiamo. L’amore necessita di una forma (Dante, Proust), poiché solo la forma rende possibile la sua comunicazione a chi non ama. In queste parole, scritte dopo i diari del dolore, appare evidente la ragione per cui Barthes non solo non volle mai pubblicare quelle pagine private, ma nemmeno parlarne. Necessario strumento di decantazione del dolore, esse parlano una lingua privata, che nulla ha a che vedere con l’opera.
Dietro questa pubblicazione, a parte lo scoop editoriale, c’è la persuasione, combattuta dallo stesso Barthes, che la vita possa illuminare l’opera, quando è molto più vero l’opposto: è l’opera a parlarci in modo corretto della vita, aiutandoci a essere più generosi e magnanimi nei nostri giudizi.