Conversione di Biondi: da ministro «salvaladri» a eroe dei giustizialisti

RomaHa sofferto in silenzio per anni, inghiottendo bocconi amari ma resistendo stoicamente. Pur detestando in cuor suo il berlusconismo, troppo carisma e troppi signorsì, ha dovuto subire l’onta di farsi eleggere per ben tre volte alla Camera e una al Senato, sempre al seguito del despota Silvio, e persino di rispondere lui «signorsì» quando gli chiesero di impersonare il primo ministro della Giustizia berlusconiana (1994). Un sacrificio, ma che qualcuno doveva pur fare, e lui lo fece, sempre però covando la vendetta in seno. In quelle vesti Alfredo Biondi, un liberale in incognito nel partito del Cavaliere, trovò uno stratagemma geniale per non essere riconosciuto come dissidente ed essere invece scambiato per uno dei tanti detestati laudatores del Presidente: assemblare un decreto sulla giustizia talmente apprezzato da magistrati e pubblico giustizialista da meritare, seduta stante, il simpatico soprannome di «salva-ladri». Ma neno male che adesso, dopo sedici duri anni di rivolta interiore (ma sempre senza farsi riconoscere), Biondi ha potuto venire allo scoperto e dire cosa ne pensa veramente di quel ras di Silvio e della sua corte miserevole. Non ne poteva più, e questo punto resterebbe solo da chiedere cosa ne pensi Di Pietro, suo antico nemico, di questa conversione ultimativa.
Significativo infatti che abbia scelto, per l’esternazione liberatoria, proprio il giornale amico di quei Pm e procuratori con cui lui, da Guardasigilli, ebbe più di un diverbio. Proprio il giornale, insomma, di quel Travaglio che ha messo il biondiano «salvaladri» come prima legge ad personam nell’elenco prodotto per l’ultimo tomo della sua opera omnia (qualche decina di migliaia di comode paginette) contro il Cav. Lui ora gradito ospite del Fatto, proprio lui, che da Ministro lanciò un’ispezione al Pool di Mani pulite, anche quella contestatissima? Quando sul Corriere Indro Montanelli scrisse che si sapeva benissimo «quale parte politica lo ispirava ed a quali fini», l’ex berlusconiano Biondi, oggi probabilmente finiano se non dipietrista, rispose con una lettera molto risentita: «Sono note, e reiterate, le offensive opinioni del Montanelli. Ma la Voce su cui già le aveva manifestate è stata soffocata dall’abbandono dei suoi lettori, evidentemente stufi di giudizi ingiusti e faziosi. Un ministro della Repubblica obbedisce solo ai propri doveri, non a questa o quella parte politica». A quel puntò toccò però a Montanelli ribattere, e lo fece ironizzando sulla nota passione dell’allora Guardasigilli di Forza Italia: «Avevo sempre raccomandato all’onorevole Biondi, quando eravamo amici, di non rilasciare mai dichiarazioni dopo mezzogiorno, quando di solito cominciano le sue concessioni al bicchierino. Si vede che stavolta non ha seguito il mio consiglio. Me ne dispiace per lui». Stessa cosa che gli rinfacciò il capo del pool milanese Francesco Saverio Borrelli, dopo una battuta (altra passione di Biondi) finita a tradimento sui giornali («Ai miei tempi gli avvocati dicevano ai figli: studia, altrimenti da grande farai il Pm»). «Biondi ha parlato ad un’ora pericolosamente tarda della sera», rispose glacialmente Borrelli, dandogli di fatto dell’ubriacone.
Ora a Biondi tocca far pace con tutti gli ex nemici, quelli che lo accusavano di essere un servo di Berlusconi, di voler colpire la magistratura, di fare gli interessi di una parte. Per ritrovarsi magari, lui che ha passato la vita da liberale e garantista, in braccio a Fini, Bocchino e Granata. È un destino che peraltro lo accomunerebbe ad altri ex berlusconiani riconvertiti tardivamente all’antiberlusconismo. Tutta gente che ha goduto di enormi privilegi, incarichi prestigiosi, potere e fama grazie all’ex grande capo ora divenuto satrapo. Biondi si aggiunge a Marcello Pera, già berlusconianissimo presidente del Senato ma adesso berluscon-scettico, se non già finiano. Con loro anche Beppe Pisanu, asceso alle altezze del ministero dell’Interno e poi della Commissione Antimafia chissà grazie a chi. Tra filosofi e fini giuristi è tutto un lavoro di lunga meditazione, tra diritto ed etica, che sfocia nel ripensamento, tardivo ma pur sempre benemerito. Non si può dire sempre di sì a un capo. A volte, l’uomo di saldi principi, sa anche scegliersene un altro.