La conversione a piedi nudi di Castelli

Un pellegrino s’inerpica a piedi nudi sulle pietraie scoscese di Medjugorje. Sarà lui? Sì, è proprio lui: Roberto Castelli, l’ex paganeggiante ministro leghista. Le sacre ampolle, i riti celtici, il pantheon germanizzante sono lontanissimi. «Anch’io ho un mio percorso e mi pongo delle domande», afferma lui, stranamente timido e quasi indispettito per quelle foto scattate a sua insaputa il giorno di Pasqua. Occorre insistere, a lungo, per strappare al presidente del gruppo leghista al Senato qualche parola. E per scoprire che quel viaggio non è stato un caso, ma una scelta: «Mia moglie Sara è molto religiosa, accende Radio Maria alle 6 del mattino, appena si sveglia. Io sono assai più dubbioso, però sono affascinato dalla figura di Cristo, anche se faccio fatica a pensarlo il figlio di Dio, e ho sempre seguito per ragioni personali le apparizioni di Medjugorje. Non posso pensare che tutti quelli che vanno in Erzegovina siano matti o creduloni. C’è qualcosa, qualcosa di inspiegabile, una scintilla divina, anche se faccio molta fatica a definire il mistero Medjugorje».
«La cosa più incredibile dei miracoli - amava ripetere Chesterton - è che qualche volta accadono davvero». Anche fra le montagne della ex Jugoslavia? Castelli osserva col binocolo della ragione. Scruta, con la pellicola di scetticismo che tutti noi nati dopo l’Illuminismo ci portiamo dietro. E non giudica.
L’ex ministro esita, centellina le parole, chiede ripetutamente il rispetto della privacy. «Vede, io sono un personaggio pubblico, e non ho problemi a declinare davanti agli italiani anche i miei hobby e le mie passioni: ho commentato la vela in tv, non solo la politica. Ma questa è un’altra storia. Molto, molto personale».
Una trama di incontri, suggestioni, riflessioni. «A dieci anni sapevo a memoria la messa in latino, poi, non trovando risposte, mi sono allontanato dalla Chiesa». Per molti anni il Castelli ingegnere acustico, cresciuto a equazioni e formule, ha cacciato l’altro Castelli, immerso nel mistero del cosmo, da qualche parte, in un angolino invisibile. Poi è arrivato Bossi e con lui lo scintillante armamentario dell’ideologia leghista, quel mix fra l’acqua celtica dell’Eridano e i vessilli di Lepanto.
Invece, l’altro Castelli, quel fanciullo chierichetto, era sopravvissuto e bussava alle porte della coscienza. Fino a trovare un passaggio: «È la seconda volta che vado a Medjugorje, anche per ragioni personali. Mi sono tolto le scarpe spontaneamente, perché volevo immedesimarmi nel clima di sacrificio del luogo. Poi non è che sia stata una grande fatica, figurarsi, per un montanaro come me», e per un attimo riaffiora l’orgoglio lumbard. Quel temperamento roccioso, assai lontano dall’iconografia del baciapile.
Ma subito, ecco la rettifica: «Tutti continuano a ripetere che mi sono sposato col rito celtico, ma naturalmente non è vero. È vero che un giorno sui prati di Pontida io e mia moglie Sara, insieme a tante altre coppie, abbiamo fatto una promessa di matrimonio davanti a Bossi. E questo è tutto, ma non ho più alcuna intenzione di smentirlo. Tanto ogni volta si ricomincia da capo».
Difficile seguire il perimetro della religiosità dell’ex ministro. Difficile classificarlo, nel ricchissimo supermarket della spiritualità postmoderna. Difficile raccapezzarsi fra teorie scientifiche con venature antipositivistiche, ricordi del catechismo, suggestioni di altre religioni. Però qualche dato certo c’è: sotto la scorza ruvida, il «colonnello» leghista coltiva quelle domande che molti considerano una zavorra dell’adolescenza. Sorpresa: fra una polemica con Prodi e un faccia a faccia con il suo successore Clemente Mastella, Castelli cerca sempre i colori dell’arcobaleno nel cielo brumoso della vita. «Il giorno di Pasqua sono salito con Sara sul monte Krizevac, dominato da una grande croce bianca eretta nel 1933 e contenente un frammento della vera Croce di Cristo. A Medjugorje volevo sciogliere un voto».
Di più, il senatore non sillaba. Ma c’è da scommetterci: tornerà da quelle parti. L’anno scorso, intanto, senza dire niente a nessuno, è andato da padre Eligio, altra figura fondamentale nel suo planetario, e si è confessato. Come non gli capitava da quarantasei anni.
Stefano Zurlo