Convocato a Roma il capo del Pm che sta indagando sul premier

nostro inviato

a Catanzaro
Un primo risultato, l’avviso di garanzia a Romano Prodi, l’ha già raggiunto. Il procuratore capo di Catanzaro, Mariano Lombardi, che pur avendo personale conoscenza dell’iscrizione del premier sul registro degli indagati è corso goffamente a smentirla alle agenzie di stampa, è stato convocato urgentemente al Csm. A Palazzo dei marescialli, infatti, si sta per aprire una pratica a suo carico per incompatibilità ambientale in relazione agli scontri, ripetuti e duraturi, con il pm Luigi De Magistris che oggi sta investigando sui contatti tra Prodi e i componenti (indagati) del presunto comitato d’affari radicato nello stato di San Marino. Gli attriti tra il capo dell’ufficio giudiziario calabrese e il suo sostituto risalgono ad alcuni mesi fa, a quando cioè Lombardi ha avocato a sé la maxi-indagine denominata «Poseidone» nella quale - ha denunciato il Pm alla procura di Salerno - spunterebbe sia un parente strettissimo del capo dell’ufficio giudiziario calabrese in società con uno degli indagati, sia lo stesso procuratore capo che una consulenza tecnica del Pm definisce, papale papale, l’autore delle fughe di notizie a vantaggio di alcuni dei personaggi finiti sott’inchiesta.
A inguaiare Lombardi, infatti, sono le conclusioni stilate dal super esperto informatico Gioacchino Genchi al termine degli accertamenti svolti incrociando i tabulati telefonici di tutti i protagonisti dell’affaire Poseidone. «Con non poco imbarazzo» scrive il consulente, «le risultanze dei riscontri portano a individuare nella persona del procuratore della Repubblica di Catanzaro, il dottor Mariano Lombardi, il probabile e principale autore della fuga di notizie sull’indagine Poseidone». A scanso di equivoci e diaboliche dietrologie, Genchi spiega di non avere mai avuto nulla di personale contro Lombardi, e che anzi con l’ufficio di quest’ultimo ha lavorato sempre senza alcun problema ricevendo attestati di stima e fiducia. Ecco spiegato «il disagio - insiste il perito - nel dover oggi formulare valutazioni investigative sul conto del magistrato Mariano Lombardi». Un disagio mai riscontrato prima da Genchi, che da anni lavora con tutte le procure d’Italia. «Negli oltre vent’anni di carriera nei quali ho dovuto per altro verso e più volte considerare le posizioni processuali di altri appartenenti all’ordine giudiziario, vuoi nelle vesti di indagati che di persone offese, mai avevo avvertito l’imbarazzo che oggi avverto nello scrivere questa relazione. Dalle indagini sulle stragi di Capaci e via D’Amelio del 1992 a quelle sull’allora capo della procura di Cagliari, dottor Luigi Lombardini (tragicamente suicidatosi nell’agosto del 1998 dopo le gravi contestazioni dei Pm di Palermo) la vicenda che oggi pare coinvolgere il procuratore capo della Repubblica di Catanzaro - conclude Genchi - rappresenta una delle più imbarazzanti indagini su magistrati».
I problemi per Lombardi potrebbero rivelarsi un boomerang anche per il suo sostituto De Magistris. Lo stesso, infatti, secondo quanto trapela al Consiglio superiore della magistratura, potrebbe avere dei problemi per aver svolto accertamenti sul capo del suo ufficio e su un parlamentare, individuato come la «talpa» nelle indagini. Accertamenti portati avanti senza tener conto delle norme che regolamentano l’acquisizione dei tabulati telefonici. De Magistris, infatti, non avrebbe richiesto le dovute autorizzazioni alla Camera di appartenenza per quanto riguarda il politico indagato, e comunque, avrebbe compiuto indagini nei confronti del suo diretto superiore delle quali - per «foro commissorio» - sarebbe stato invece competente il distretto di Salerno.
Per legge infatti un magistrato non può indagare su un collega appartenente allo stesso distretto di Corte d’appello ma, venuto a conoscenza di un fatto di reato, è obbligato a trasmettere gli atti alla procura competente ai sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale, che per il distretto di Catanzaro è la procura di Salerno.
Tra le righe della consulenza del Pm, infatti, si evidenzierebbero contatti diretti tra le due presunte talpe, una delle quali annidate in quel palazzo di giustizia che un’ispezione ministeriale due anni fa definì un verminaio senza precedenti. A sostegno della tesi della «talpa in procura», anche le indagini su un incontro tra il procuratore capo e un parlamentare indagato presso lo studio di un legale (anch’egli parlamentare) che non poco imbarazzo ha creato nei carabinieri che dovevano stilare una relazione di servizio su incarico del sostituto Luigi De Magistris.
L’interrogativo che agita le acque al Csm è dunque il seguente: il Pm di Catanzaro pedinava il suo capo, il parlamentare indagato, l’avvocato-deputato o una quarta, misteriosissima, persona?
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it