Coop, cinquanta denunce non fermano gli abusi

Le irregolarità edilizie: superfici raddoppiate e mansarde al posto di «sottotetti non praticabili»

nostro inviato a Bologna
Non è bastato il record planetario delle denunce (oltre 50 esposti alla magistratura, quattro procedimenti penali, decine e decine di interrogazioni a Parlamento, Regione, Provincia, Comune) per fermare gli abusi edilizi di una cooperativa di costruzioni aderente alla Legacoop. Le palazzine in questione sorgono a San Lazzaro di Savena, grosso comune alle porte di Bologna dove trionfano gru e mattoni. Abusi ignorati dalle amministrazioni, non visti dalle procure e accompagnati da minacce contro chi ha sollevato la speculazione. Un caso che, come ha denunciato il senatore di An Stefano Morselli, «ha portato alla luce fatti di enorme gravità che confermano il pieno collateralismo tra cooperative edilizie rosse e amministrazioni locali di sinistra».
La palazzina dello scandalo è stata costruita dalla Edilcasa in regime di edilizia convenzionata con la Regione Emilia Romagna. I dubbi si affacciano quando la coop chiede al comune di San Lazzaro una variante edilizia per alzare il sottotetto in modo da ricavare mansarde abitabili all’ultimo piano anziché «lavanderie, stenditoi e vani tecnici», come indicato nel capitolato approvato dalla Regione che dà diritto alle sovvenzioni pubbliche. La richiesta di modifica costringe a prorogare la consegna delle case e chi aveva chiesto un mutuo è costretto a spendere più soldi per i prefinanziamenti.
«Un abuso colossale - spiega Emilio Follo, presidente del circolo di An di San Lazzaro - che consentiva di trasformare case popolari in abitazioni di lusso. Le superfici finali erano il doppio di quelle consentite dalle norme sull’edilizia convenzionata. E non si possono costruire superattici in case popolari finanziate con i soldi di tutti». Anche un’interpellanza del senatore leghista Luigi Peruzzotti sostiene che le sovvenzioni regionali sono state «utilizzate per la realizzazione di opere diverse da quelle convenzionate a vantaggio degli interessi della cooperativa edilizia».
C’è anche il sospetto che alcuni atti siano stati falsificati. Un esempio: il collaudo statico del fabbricato, datato 18 luglio 2001 dopo una visita compiuta sette giorni prima, definisce la mansarda «sottotetto non praticabile». Ma il 12 giugno era stata depositata una richiesta di variante edilizia rilasciata il 26 luglio i cui lavori sono stati completati il 2 agosto, ossia appena cinque giorni dopo. Possibile che in cinque giorni un «sottotetto non praticabile» sia stato trasformato in un attico corredato e attrezzato di ogni comfort? Il Comune ha rilasciato il certificato di abitabilità, nessun accertamento della magistratura.
Precedenti controlli avevano accertato altri lavori difformi ai progetti. Un bagno è stato realizzato prima che venisse chiesta la relativa autorizzazione. Altro esempio contenuto nel verbale di un sopralluogo compiuto da un vigile urbano: «Nel locale indicato come stenditoio è stato realizzato un soggiorno, arredato con tavolo, sedie, libreria, vetrinetta, divano. Una parete non prevista in planimetria divide il soggiorno con un locale notte costituito da un guardaroba, un letto, un angolo studio con computer. Non sembra trattarsi di mobilia accatastata sotto forma di deposito, come dichiarato dal proprietario». Parquet sui pavimenti, aria condizionata, perfino un bagno anche se il vigile verbalizza soltanto che «dietro una parete di vetrocemento è sembrato di intravedere una doccia».
Il consiglio comunale fa orecchie da mercante. Nell’ottobre 2001 l’assessore all’urbanistica Renato Ballotta assicura che «il Comune compirà le verifiche e prenderà eventuali provvedimenti dopo che sarà comunicata la fine dei lavori» perché «la coop edificatrice ha ancora modo di sanare le situazioni non a norma». Un’ammissione implicita che le «situazioni non a norma» esistono. «Perché il Comune non ha bloccato subito gli abusi pagati con i soldi pubblici?», si domanda Follo. Altre irregolarità vengono accertate in appartamenti vicini mentre in un secondo edificio della zona saltano fuori abusi da cui scaturiscono cinque richieste di condono. Le consulenze stilate dai tre periti incaricati dal pubblico ministero Antonello Gustapane sono sfavorevoli al Comune e attestano che talune sanatorie non andavano neppure concesse. E che cosa fanno i funzionari di polizia giudiziaria cui la procura della Repubblica ha affidato le indagini? «Invece che mettere sotto inchiesta il Comune di San Lazzaro - denuncia il senatore Morselli - hanno mandato una lettera al sindaco, rivelando il nome dell’autore degli esposti, elencando le presunte irregolarità e chiedendo di chiarire i fatti. Nel perverso intreccio fra coop, giunte rosse e magistratura, la procura invia per posta agli amministratori le denunce presentate a loro carico chiedendo di preparare una giustificazione scritta». Siccome le case in questione sono destinate a uomini delle forze dell’ordine (polizia, carabinieri, Guardia di finanza) i sospetti delle denunce arrivano al punto da adombrare complicità al loro stesso interno. Il poliziotto che ha sollevato lo scandalo compiendo una vera «controinchiesta» è stato oggetto di intimidazioni: la magistratura ha indagato ma gli autori delle minacce sono rimasti senza nome.