Coop rosse, Ds e Cosa nostra: le relazioni pericolose che imbarazzano la sinistra

Nell’indagine contro un ex vicesindaco Pci, si parla anche di incontri riservati al Botteghino

nostro inviato a Palermo

In questi giorni due processi stanno esaltando i rapporti fra coop rosse, esponenti del centrosinistra, imprenditori legati al Pci-Pds-Ds e i massimi vertici di Cosa Nostra. Nonostante ciò, nessuno ne parla. Nel dibattimento che a Palermo vede alla sbarra l’imprenditore Stefano Potestio e alcuni dirigenti delle coop, il 9 novembre scorso il colonnello del Ros, Domenico Strada, ha fatto una radiografia analitica degli appalti incriminati dando conto di tutte le commistioni economico-criminali. Il secondo processo per concorso in associazione mafiosa dov’è imputato l’ex vicesindaco del Pci di Villabate, Antonino Fontana, più altri imprenditori «rossi», sta creando problemi al centrosinistra perché il pentito Francesco Campanella (considerato attendibile quando parla di politici del centrodestra) fa rivelazioni su ministri, sottosegretari, parlamentari dell’Ulivo e su incontri nella sede nazionale dei Ds. Ma di ciò, per l’appunto, nessuno parla fors’anche perché imbarazzano certi «rapporti diretti» con i capimafia corleonesi, Totò Riina e Bernardo Provenzano.
Società di «famiglia»

con Provenzano e signora

Nel ricostruire il sistema spartitorio degli appalti, l’ufficiale del Ros si è rifatto all’indagine Coop Impero 5 (settembre 2000) sfociata in decine di arresti e all’iscrizione sul registro degli indagati degli ex deputati regionali dei Ds, Gianni Parisi e Domenico Giannopolo (poi stralciati e prosciolti). Ad oggi sotto processo restano cinque persone, tra cui l’imprenditore «rosso», Stefano Potestio, funzionari di coop rosse e il dipendente del comune di Bagheria, Niccolò Giammanco, padre di Vincenzo Giammanco, socio della Italcostruzioni dove figura Saveria Benedetta Palazzolo, convivente di Bernardo Provenzano. La società aveva i suoi uffici nello stesso palazzo di Monreale dove i carabinieri rintracceranno il nipote più affezionato di «zu Binnu», Carmelo Garriffo. Grazie al pentimento del «ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra», Angelo Siino, il Ros ha decifrato un documento sugli appalti sequestrato nella sede regionale della Lega delle Cooperative e ha potuto lavorare sulle manipolazione delle buste con le offerte. I riscontri successivi hanno, però, convinto i magistrati a concentrarsi «solo» su imprenditori, coop e mafiosi, lasciando fuori i politici Ds. Una decisione che il 10 giugno 2003 è stata oggetto di accese polemiche in Antimafia.
Legato alle attività del gruppo imprenditoriale Potestio è Antonino Fontana, già vicesindaco di Villabate, ex dirigente regionale del Pci, già sott’inchiesta per una truffa sul macero (detto scafazzo) degli agrumi. Arrestato nel 2003 per concorso esterno in associazione mafiosa, Fontana è nome noto nel partito in quanto figura nei carteggi dell’inchiesta sulla «pista interna» al delitto di Pio La Torre, segretario comunista, che senza riuscircì provò a cacciarlo dal partito. Se Fontana è uscito sempre indenne da ogni addebito, oggi è nuovamente alla sbarra con il consuocero, l’imprenditore Gioacchino Lo Re, a sua volta cognato di Stefano Potestio.
L’uomo del Pci

vicino alle cosche

La figura di Fontana viene spesso accostata a quella di Simone Castello, considerato un luogotenente-postino di Bernardo Provenzano, condannato a 10 anni al processo «Grande Oriente». Castello, già socio di Fontana, parla dell’esponente del Pci a proposito della Salpa Srl «nella quale - dice - si fece figurare sua moglie quando in realtà era Antonino il vero socio». Sempre della signora Fontana, e dell’ex presidente comunista alla Regione Siciliana, l’attuale viceministro alle Infrastrutture, Angelo Capodicasa (presso cui - stando al pentito Campanella - la donna ha lavorato nel periodo in cui il marito avrebbe ricevuto finanziamenti regionali per la coop Videazione) si fa un timido cenno in un altro processo dove un altro imprenditore vicino al Pci-Pds-Ds sembra andare a braccetto con Cosa nostra: Giuseppe Montalbano, figlio dell’omonimo deputato del Pci, è il proprietario dell’appartamento di via Bernini 52 a Palermo dove viveva Totò Riina.
A pagina 193 della sentenza del tribunale di Sciacca (settembre 2003) che lo condanna a sette anni, il nome di Capodicasa spunta da un’intercettazione a Pino Lipari («testa pensante dei corleonesi» per dirla con Siino) nella quale un familiare del boss gli domanda se è possibile arrivare al presidente attraverso Montalbano per la realizzazione di un inceneritore. Secondo i giudici di Agrigento che il 21 dicembre 2001 gli hanno sequestrato 400 miliardi di immobili, e stando ai giudici di Sciacca che lo considerano un prestanome dei vertici della Cupola che avrebbe aiutato anche «per la latitanza durata un ventennio», checché ne scriva il tribunale di Palermo che ha archiviato la sua posizione sull’abitazione di Riina, l’imprenditore è vicinissimo a Cosa nostra. Dalle carte di Sciacca emerge infatti che, insieme ad Andrea Vassallo, già condannato al maxiprocesso, Montalbano a metà degli anni ’90 entra nella Arezzo Costruzioni, fondata da elementi della famiglia Madonia di Resuttana, acquisendo azioni direttamente da Saveria Palazzolo, convivente di Provenzano. Proprietario fittizio per conto di Riina - dice Siino - del complesso turistico Villa Macauda a Sciacca (la sentenza d’appello sul sequestro dei beni gli ha però resituito il centro turistico) Montalbano poteva contare su un rapporto strettissimo con Lipari a cui «aveva concesso in godimento - si legge in sentenza - un immobile per un decennio senza nulla pretendere».
«La casa di Riina sicura

perché di un comunista»
Per il pentito Balduccio Di Maggio, Montalbano «era la stessa persona con Riina». Per Siino «doveva essere favorito per l’assegnazione di alcuni appalti» per grossi favori fatti sempre a Riina. A detta di Giovanni Brusca, pentito «scomodo» per via delle sue rivelazioni sul viaggio in aereo con l’onorevole Violante e sulla frase choc («la sinistra sapeva delle stragi») pronunciata il 24 settembre 2001 al processo Dell’Utri, nessuno avrebbe toccato l’imprenditore «rosso» poiché, per quanto gli avevano riferito Riina e Lipari, «apparteneva a un certo ceto politico». E cioè, era «una persona al di fuori di ogni sospetto a causa della sua appartenenza politica al partito comunista». Di questa garanzia un riscontro arriva dal tribunale di Sciacca: «Montalbano rappresentava un soggetto insospettabile, anche per la sua storia familiare e personale legata ai comunisti da sempre contrari alla mafia, ma molto legato al Lipari da ripetuti rapporti economici e quindi vicino all’organizzazione». Nel primo dispositivo di sequestro dei beni di Montalbano si fa riferimento «a società a lui riferite» e che hanno per soci, per l’appunto, Simone Castello (postino di Provenzano) e Fontana che il primo dicembre 2006 è oggetto dell’interrogatorio di Francesco Campanella, «pentito attendibile - dice il pm Ingroia - per aver fatto parte di un certo milieu politico siciliano con rapporti anche nazionali». Certamente Campanella, autore della falsa carta d’identità a Provenzano, è un collaboratore sui generis poiché parla come un politico e fa esclusivamente i nomi di mafiosi già inguaiati. Ma quel che afferma fa scalpore solo se cita Cuffaro e Mannino (Udc) o Giudice e Musotto (Forza Italia). Le sue esternazioni non hanno lo stesso effetto politico-mediatico se sfiorano il centrosinistra. Il diessino Giuseppe Lumia si è risentito nel gennaio 2006 quando Campanella lo accusò di aver spifferato le indagini sulla cosca di Villabate e di aver poi fatto pressioni sul sindaco (Ds) di Bagheria, Pino Fricano (finito indagato). Dei rapporti col ministro della Giustizia, Clemente Mastella (Udeur), presente al matrimonio del pentito a Villa Filangeri l’11 luglio 2000, si parla poco rispetto a un altro invitato, Totò Cuffaro. E che dire della presunta tangente sulle licenze Umts a D’Alema (Ds) e Cardinale (Margherita) di cui ancora il pentito riferisce il 29.5.2006.
Il sottosegretario amico

e le indagini rivelate

A dicembre al «processo Fontana» Campanella ha tirato in ballo l’ex sottosegretario alla Giustizia nel governo D’Alema, Marianna Li Calzi, che a suo dire lo informò di indagini che lo riguardavano e del telefono sotto controllo: «Le chiesi di avere maggiori delucidazioni, lei s’informò direttamente dalla Iervolino, ministro degli Interni». L’ex sottosegretario, contattato dal Giornale, annuncia d’aver denunciato Campanella «le cui dichiarazioni - dice - sono false, erronee nei tempi e nelle circostanze ferite». Non ricorre invece alle vie legali Nino Tilotta dei Ds che Campanella giura d’aver incontrato nella segreteria nazionale della Quercia a Roma nel 2001 per il tramite di Antonino Fontana col quale Campanella mangiò al Pantheon in compagnia di Franco Bruno, assistente della Li Calzi. «Non ho mai parlato con Campanella - spiega Tilotta al Giornale -, quanto a Fontana lo vidi al Pantheon ma non ricordo con chi fosse. Il pentito si confonde con qualcun altro». Se Antonino Fontana per ora preferisce non parlare col Giornale, Franco Bruno risponde così all’accusa d’aver «soffiato» a Campanella la notizia dell’arresto di Fontana: «Sono testimone, non parlo perché l’ho già fatto col Pm». Franco Bruno a parte, chissà se di questo lungo filo rosso se ne discuterà mai nella sede opportuna: la «nuova» commissione parlamentare Antimafia, presieduta da Francesco Forgione (Rifondazione comunista) con Giuseppe Lumia (ds) suo vice e braccio destro.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it