Le coop rosse nel salotto buono di Fondiaria

Sette anni dopo la scalata alla Bnl, il mondo cooperativo diventa la nuova sponda dei poteri forti in crisi

«Bi-Invest humanum, Fondiaria diabolicum». Così Gianni Agnelli fulminò tutti quando, anni Ottanta, la Montedison di Mario Schimberni, dopo aver scalato la Bi-Invest dei Bonomi, tentò di prendersi la Fondiaria. E fu per difendere la compagnia dalla stessa Fiat che, 15 anni dopo, Vincenzo Maranghi chiamò la Sai di Salvatore Ligresti. Ora, zitte zitte, nel salotto buono arrivano le cooperative cosiddette «rosse». E Ligresti esce di scena. Un salotto buono che si affaccia sul 5,2% del Corriere della Sera, il 3,8% di Mediobanca, nonché i patti di sindacato di Pirelli e Gemina e l’1% delle Generali.

Se ne parlava da qualche settimana. Da ieri è nero su bianco: Unipol, la compagnia assicurativa controllata dalle coop, sarà il primo azionista della futura Fonsai, con la quale formerà (assieme a Premafin e Milano Assicurazioni) un mini-gigante delle polizze domestiche, avvicinando il leader nazionale che resta Generali. Si tratta di un’operazione di «sistema» pensata e realizzata da Mediobanca. Traduzione di «sistema»: o si prendevano i soldi che solo le coop possono tirare fuori in questo periodo (un miliardo) o l’intera finanza nazionale finiva nelle mani di incontrollabili nuovi padroni. Basti ricordare, tra le tante pendenze, che da Fondiaria dipendono 1,1 miliardi di impegni verso Mediobanca e altri 500 milioni verso Unicredit: too much to fail. Quindi ben vengano le coop, e di qualunque colore. E poco importa per i maldipancia dei manager delle Generali o di Ennio Doris di Mediolanum: né Trieste né la sponda berlusconiana di Mediobanca potevano fare nulla di fronte al minore dei mali.

E poco importa anche se, con sette anni di ritardo, si realizza uno dei progetti dei «furbetti del quartierino». Allora il gran capo di Unipol, Giovanni Consorte, tentò la scalata alla Bnl e il colore politico dell’operazione fece clamore. E al di là del folklore mediatico e politico (la galeotta frase di Fassino a Consorte, «abbiamo una banca», è diventata un caso anche giudiziario), l’allora vertice dell’allora Ds non nascose la propria soddisfazione. Ma venne giù, oltre al mondo, anche un governatore della Banca d’Italia. E non se ne fece nulla. Chissà cosa penserà in questi giorni, Antonio Fazio, già condannato in primo grado a 3 anni e sei mesi per aver difeso con ogni mezzo l’italianità di Bnl.

Lo stesso intento, a ben guardare, che ha spinto l’ad di Mediobanca, Alberto Nagel, un mese fa, a chiedere per Fonsai un cambio di rotta, portando la Unipol di Carlo Cimbri dentro alla partita e i Ligresti alla porta. Perché per Fonsai le alternative erano entrambi francesi: da un lato Groupama (più organica al sistema Mediobanca, ma già respinta mesi fa anche per l’opposizione dell’asse Tremonti-Vegas); dall’altro Axa, che certo avrebbe significato portarsi in casa un concorrente pericolosissimo per le Generali.

Lo stesso attuale numero uno di Unipol di quella scalata alla Bnl fu un protagonista, essendo il braccio destro finanziario di Consorte. Tanto da essersi preso anch’egli una condanna (3 anni e sette mesi) per aggiottaggio. Tutto questo, sia chiaro, non ha nulla a che fare con la trasparenza e pure la velocità con cui Nagel e Mediobanca hanno portato a termine il salvataggio di Fonsai coinvolgendo Cimbri e Unipol. Ma pensare che la bolognese holding Finsoe diventi oggi il primo azionista del nuovo gruppo Fonsai al posto di Ligresti fa un certo effetto. «Diabolicum», verrebbe da dire.

Segno di un capitalismo finito con la morte di Enrico Cuccia del 2000 e lentamente in estinzione. La crisi ed il mercato, cogliendo impreparate Mediobanca, Generali, Unicredit e le loro leadership, stanno concludendo l’opera. Mentre il clima parlamentare di solidarietà nazionale che, obtorto collo, sostiene il governo dei tecnici ,rende oggi possibile un’operazione che, solo qualche mese fa, sarebbe apparsa impensabile.
Twitter: @emmezak