Cooperatori separati dai militari E la nostra missione si complica

La «svolta civile» voluta dalla sinistra radicale ha confinato i volontari italiani nella capitale afghana, lontano da Herat

La discutibile «svolta civile», voluta in Afghanistan dalla sinistra radicale, comincia ad Herat. La mini task force della Cooperazione allo sviluppo, che conviveva con i militari, si è staccata dal Prt (Provincial reconstruction team) per non mescolarsi con i nostri soldati. Non avendo al momento un posto sicuro dove stare, i cooperanti sono stati trasferiti a Kabul, da dove è praticamente impossibile seguire i progetti umanitari nell’Afghanistan occidentale. Non solo: bisognerà trovare una nuova sede ad Herat, attrezzandola per garantire un minimo di sicurezza e sarà necessario assoldare delle guardie locali per evitare che i cooperanti diventino facile bersaglio di delinquenti e talebani. Un’assurdità, ma la «svolta» di principio è stata fortemente richiesta dagli stessi civili della Cooperazione e avallata con gaudio dal sottosegretario agli Esteri, Patrizia Sentinelli, di Rifondazione comunista.
Lo «strappo» dai militari inizia lo scorso settembre quando i cooperanti si recano in delegazione dalla Sentinelli in visita a Kabul. Mario Barberini, coordinatore del settore costruzioni, spiega ai giornalisti che «ciascuno deve avere il suo ruolo. Il nostro obiettivo è separare la cooperazione dall’esercito». Ovviamente si sorvola sul fatto che se da una parte si viene identificati con i soldati, dall’altra i militari hanno comunque il compito di proteggere i volontari. Si tratta del solito malcelato senso di superiorità che hanno gli umanitari verso i soldati, situazione che si era verificata anche in Irak, intriso di principio ideologico. Basta pensare che una organizzazione non governativa come Intersos ha fatto presente che i suoi volontari si sarebbero rifiutati di andare a discutere dei progetti umanitari con la Cooperazione nella sede del Prt ad Herat, perché si tratta di una base militare. Inoltre i cooperanti si lamentavano che non era facile ottenere le scorte dai militari e comunque inopportuno andare, per esempio, all’ospedale del capoluogo occidentale seguiti da alpini in armi. Magari bastava chiedere ai soldati di aspettare all’ingresso.
La «svolta» è cominciata a concretizzarsi in gennaio, anche se dei 12 funzionari della Cooperazione allo sviluppo che avrebbero dovuto potenziare la missione civile nel capoluogo dell’Afghanistan occidentale solo tre sono sul terreno. Il piccolo nucleo, che lo scorso anno contava cinque persone e si occupava di progetti nel campo idrico, sanitario, scolastico per sette milioni e mezzo di euro, lavorava e sopravviveva in Afghanistan grazie alle scorte e alla sicurezza garantite dai 230 militari del Prt.
Quindici giorni fa sono stati «separati» dai soldati e il primo risultato è che la sparuta pattuglia ha dovuto trasferirsi nella capitale afghana, dall’altra parte del Paese. Ad Herat è stato individuato un villino per la nuova sede della Cooperazione. La «base» civile, però, ha bisogno di essere attrezzata per garantirne la sicurezza e i lavori porteranno via mesi. Inoltre il distacco dal contingente comporterà necessariamente un ulteriore esborso per assoldare guardie private locali, la cui affidabilità è relativa. Per muoversi in città gli «umanitari» stanno studiando la fantastica idea di utilizzare mezzi che garantiscono «un basso profilo», come se in Afghanistan un occidentale non si notasse a distanza di un chilometro. Inoltre non è chiaro chi li scorterà fuori Herat per evitare che vengano derubati o rapiti. Le anime belle di Rifondazione comunista non si rendono conto di questi problemi pratici e alla fine il risultato sarà che la missione della Cooperazione ad Herat, se riprenderà, lo farà con grande difficoltà e un alto rischio.
L’ironia della sorte è che per il momento la «svolta» ha lasciato il peso dell’intervento umanitario sulle spalle del reparto Cimic, di cooperazione civile e militare, che opera fin dall’arrivo del contingente italiano. Si tratta di un’unità Nato composta da militari ed esperti civili arruolati temporaneamente. Lo scorso anno l’esercito ha investito 5,5 milioni di euro per interventi umanitari e progetti di ricostruzione. Attualmente il Cimic sta lavorando sui progetti di 13 scuole, 3 cliniche, un ospedale pediatrico, 160 pozzi e l’ampliamento della rete idrica di Herat.