Copione di vecchi teoremi

L’attenzione giudiziaria per Silvio Berlusconi – la parola più appropriata è persecuzione, che però non piace alle toghe più avanzate e sensibili – ha la cadenza, i ritorni e la prevedibilità di certe creazioni fantastiche che non hanno mai fine. Non diverte, non è edificante, deturpa l’immagine della democrazia italiana, ma inesorabilmente va avanti, utilizzando vecchi teoremi e compiacenti grancasse. Copioni frusti, discutibili materiali narrativi d’accatto, ma il tristo spettacolo deve continuare. Non serve alla giustizia, che dovrebbe essere amministrata nel nome del popolo italiano, ma serve alla faziosità politica, risponde a un disegno giustizialista, secondo il quale deve essere una minoranza di magistrati a vagliare e selezionare i dirigenti del Paese. Per il bene dell’Italia, va da sé.
Questa volta il rinvio a giudizio del Cavaliere per falso in bilancio riguarda la cessione di diritti cinematografici a Mediaset avvenuta dopo il 1994. La data è importante, perché in quell’anno Berlusconi decise di scendere in campo, sparigliando i giochi di una politica che alla maggioranza degli italiani non aveva più nulla da dire. Il leader del centrodestra agli inizi del 1994 cessò di occuparsi delle sue aziende, ma i pubblici ministeri – e il giudice dell’udienza preliminare è stato dello stesso avviso, come quasi sempre accade – hanno ritenuto di applicare una sorta di responsabilità oggettiva, rinverdendo la portata del vecchio teorema «non poteva non sapere». Nessun capitalista italiano che non avesse responsabilità gestionali dirette, dichiarate e documentate, è stato trattato in questa maniera, ma il Cavaliere val bene qualche eccezione.
E questo è soltanto un aspetto della questione. Il castello delle accuse, sebbene costruito con lavori d’incastro durati anni, è traballante. Gli accusati hanno sempre respinto ogni addebito, ma le loro tesi non sono state verificate, le indagini che hanno sollecitato non sono state compiute, come se in una giusta inchiesta contasse soltanto l’esile filo che lega le tesi degli inquisitori e non anche il diritto dell’imputato a sostenere le sue tesi.
Pure sui testimoni che la difesa aveva chiesto fossero citati, per dimostrare l’estraneità di Silvio Berlusconi ai fatti contestati, il giudice dell’udienza ha tirato dritto. L’imputato c’è, servono davvero i testimoni?
Questo è il clima, un’aria malsana che ristagna da anni e si riversa dai palazzi di giustizia sulle gazzette e si ha la sensazione che questo processo infinito sia destinato proprio ai giornali e non ai tribunali. Diavolo d’un Berlusconi, non l’hanno piegato le elezioni d’aprile, non lo buttano giù nemmeno gli alleati meno fidati, forse, chissà, un altro processo... È un vecchio sogno ricorrente, l’articolazione in carta bollata delle teorie sulla «via giudiziaria alla democrazia progressista».
Il processo è fissato per novembre. Tenuto conto della stagionatura dei presunti reati contestati, è facile prevedere che scatterà la prescrizione. E allora? Ci sarebbe da pensare che chi ha promosso l’azione penale e si è arrampicato sugli specchi per gonfiare il fascicolo non ha poi un grande interesse perché giustizia si faccia: l’importante è celebrare il processo, tenere il Cavaliere nell’arena giudiziaria, perché ogni grancassa faccia sentire il suo rimbombo.
Questo corto circuito giudiziario-politico-mediatico sembra rinnovarsi ciclicamente. Quanto si dovrà aspettare perché abbia fine?