Coppa Italia, il solito Eto’o e l'Inter va in finale

I nerazzurri passano sfruttando le distrazioni giallorosse: si giocheranno la coppa per la sesta volta in 7 anni. I tifosi restituiscono i cori a Gattuso. Poi si sveglia Borriello con il gol del pareggio, ma è tardi. Prima clamoroso doppio palo dell'ex milanista

Milano - Ci ha messo la firma Eto’o, ancora una volta è Inter: sesta finale negli ultimi sette anni. Se non fosse segnale di grandezza calcistica, sarebbe una noia calcistica. Però il Palermo promette una finale da spettacolo per il 29 maggio. Pareggio sornione senza rullar di tamburi, in punta di piedi. La Roma è stata la squadra insipida di tutta la stagione. Non sai mai se fidarti. Eto’o ha raggranellato il 34° gol stagionale, quanto Ronaldo nella miglior annata. Ha ragione Moratti, oggi il re leone vale più di 50 milioni. Decisivo quando serve. Il bello della partita è stato in pochi attimi, i gol, qualcun altro sbagliato. Borriello ha dimostrato di esser sprecato in panchina, il gol dell’andata di Stankovic ha fatto la differenza.

Se qualcuno fosse ancora preso da dubbi circa l’interesse che squadre e giocatori mettono nella coppa Italia, conservi la registrazione del primo tempo. Una noia da prendersi a pizzicotti, unica divagazione sul tema quei coretti ormai noti a tutta Italia che, a Roma, sono toccati a Leonardo, ieri a Gattuso. Più divertente, invece, quello striscione che ricordava i 30 anni (10 maggio 1981/10 maggio 2011) dal gol centimetrato di Turone. “Er go’ de Turone erabbono” recitava. Scritto da un club interista, con tanti saluti alla Juve. Illuminazione di ironia nella mestizia del gioco.

Inter per tutto il primo tempo a gioco molto orizzontale. Roma talvolta più guizzante. Senza dimenticare che i romanisti dovevano recuperare un gol. L’Inter solo difenderlo. Tiri in porta pochi e senza effetto brivido. Un paio di bordate di Borriello e De Rossi, una risposta di Eto’o. Uffa! Ieri sera San Siro aveva tepore estivo e il gioco intorpidito da voglia di vacanze. Un giornalista francese si domandava, in tribuna stampa, perché mai si gioca la coppa Italia, vista la lena bofonchiante delle semifinaliste. Insomma un po’ inorridito da tanto mollismo calcistico. Bella domanda, ma da anni senza risposta. Però quel Menez, ripescato in campo dalla Roma, mostrava che i francesi ci capiscono al volo: inutilità e menefreghismo erano la faccia del suo giocare. Al massimo ha scalciato Nagatomo. Si dimenava Borriello, avendo intuito la fragilità difensiva nerazzurra: Chivu arrancante, Lucio e Maicon distratti. Ed, infatti, nella ripresa ci ha preso: prima un doppio palo, poi un colpo di testa decisivo, sfruttando la goffaggine di Lucio.

Il centrocampo nerazzurro, avvitato sul gioco centrale di Mariga (bravino ma lento e impreciso) e sul frenetico attivismo di Kharja, ha faticato a trovare il guizzo per sparigliare. Era Inter in doppia faccia: la gioventù rombante provava a far bella mostra e Nagatomo si è preso anche gli applausi. Le vecchie glorie hanno cercato di far raccolto senza uscirne a lingua di fuori.

Tattica e modo di stare in campo accorti (chissà che Leonardo finalmente non abbia imparato qualcosa), il tanto per togliere alla Roma la possibilità di alzare il ritmo e trovare spazi facili.

E, vedi le bizze del pallone, nel momento in cui Montella ha cercato più peso in attacco inserendo Greco e Vucinic, l’Inter ha segnato il gol che spediva lei a Roma e la Roma in vacanza. Lungo traversone di Kharja, Perrotta tocca di mano, Pazzini chiede il rigore, i romanisti abboccano ed Eto’o approfitta della solitudine per calciare un pallone a giro che Doni ha guardato sconsolatamente e mestamente in rete. Più tardi il portiere rimedierà, evitando il raddoppio di Pazzini e Milito. Ma a frittata fatta.