Coppi, un uomo solo oltre il mito

Viaggio a Castellania, dove da 50 anni si celebra il rito laico
dei pellegrinaggi alla tomba del Campionissimo. Il 2 gennaio del ’60
moriva l’atleta più amato dagli italiani. Da allora tifosi, campioni,
ex gregari e curiosi vengono qui. <a href="/sport/tutte_celebrazioni_lairone/30-12-2009/articolo-id=410236-page=0-comments=1" target="_blank"><strong>Tutte le celebrazioni</strong></a>

nostro inviato a Castellania

Non sono un tour-operator, ma ho una gita bellissima da consigliare. La destinazione è un minuscolo borgo tra le colline, appena oltre Tortona, dove la vista si perde in un verde tenue e sfumato. Il villaggio a mezza costa si chiama Castellania. È così piccolo - il più piccolo della provincia di Alessandria, 86 abitanti in tutto, comprese le frazioni - da non apparire sulla cartina. Ma i luoghi veri, come ha scritto Le Carré, non stanno mai sulle carte geografiche. Così Castellania: anfratto insignificante della morfologia terrestre, è un capoluogo importantissimo nelle regioni della nostra memoria. Qui è nato, qui riposa, qui sopravviverà per sempre Fausto Coppi. Il Campionissimo. E anche se il superlativo non può essere assoluto, perché altri forse hanno vinto di più, resta valido per la storia che l'ha espresso, perennemente in bilico tra emozione e fantasia.
Il 2 gennaio cadrà mezzo secolo dalla morte, di quella celebre, misteriosa, inaccettabile morte a 40 anni, per una malaria non riconosciuta, dopo la famosa battuta di caccia in Africa. Previsto tutto un fitto programma di celebrazioni, nonché un massiccio pellegrinaggio di devoti. Traffico bloccato qualche chilometro sotto e servizio navetta fino in paese, con il controllo della Protezione civile. Giornata piena e confusione generale, inevitabile.
Meglio, molto meglio la gita in un giorno qualunque. Non è solo un consiglio mio: è la scelta che da cinquant'anni, senza pause e senza oblìo, uomini e donne di mezzo mondo compiono a tutte le ore e in tutte le stagioni. Quando Coppi nacque, subito dopo la Grande Guerra, Castellania era un borgo di giovani contadini. Ora, è un paese di vecchi pensionati. Attualmente, può contare soltanto su un bambino, di seconda elementare. A parte i suoi genitori, gli altri sono tutti nonni. Non c'è più scuola, non c'è più parrocchia: il destino comune a tanti piccoli Comuni dell'Italia più impervia. Eppure Castellania non riuscirà mai a sparire dal creato. Il suo nome, i suoi vecchi caseggiati, i suoi quattro vicoli sono destinati comunque alla sopravvivenza eterna, perché questo è il luogo dove tutto parla di Coppi. Un museo senza entrata e senza uscita, stracarico di suggestioni.
L'itinerario è di una semplicità elementare. Lo ripercorro in una fredda giornata di fine dicembre, a debita distanza dalle celebrazioni ufficiali. Nulla in contrario al rito, ci mancherebbe: ma questa è tutta un'altra atmosfera. Ultimo casello autostradale a Tortona, quindi via tra le colline fino a Costa Vescovato. Subito sopra, il bivio con i cartelli che aprono le porte all'intramontabile culto: «Passo Coppi, 369 m. sul livello del mare». Caso mai non fosse chiaro, la freccia marrone degli itinerari turistici chiarisce in caratteri corsivi dove ci troviamo: «Le strade di Fausto e Serse».
Un chilometro e mezzo, non di più: Castellania. A sinistra si sale qualche decina di metri e si arriva al piccolo municipio. Qui, nel '69, il mondo dello sport ha voluto erigere il luogo sacro della devozione: chiesetta e tomba-monumento per i due fratelli ciclisti. In un silenzio rassicurante, tutto parla del mito. Dietro la chiesetta c'è un locale dove negli anni i campioni moderni si sono inchinati al più campione di tutti: chi ci ha portato la maglia gialla (Pantani), chi la maglia biancoceleste della Bianchi (Gibì Baronchelli), chi quella di campione italiano (Gavazzi). Ci sono foto, targhe, messaggi. E anche sculture di varia fantasia. Le dediche trasudano la retorica dell'ammirazione estasiata.
Fuori, il monumento che fa da mausoleo a Fausto e Serse, fratelli divisi da un talento troppo sporporzionato, ma uniti da un destino ugualmente tremendo. Da cinquant'anni, gente sconosciuta di ogni dove depone i suoi ex-voto profani, segni di un culto senza uguali. Non deve sembrare blasfemo, ma davvero si vedono cose simili soltanto nei dintorni dei santuari o dove è nato un papa. Tutto sommato, da queste parti c'è persino più sobrietà: nessuna bancarella coi bomboloni, nessun pataccaro che rifila coppini in bronzo alla modica cifra di. Io non so dire se qualcuno arriva in zona a chiedere pure un miracolo, ma i segnali dicono di un amore che rasenta la fede. Ci sono i francesi che hanno portato in una teca «la terra dell'Izoard e del Galibier», ci sono i trentini che hanno portato «la ghiaia del Pordoi», ci sono i toscani che hanno deposto «la terra dell'Abetone». E fiori, e trofei, e sculture ricordo. Una tra le altre: «La storia non sarebbe stata uguale senza te: grazie per averci accompagnato da Jesi fino a qui, ma 470 chilometri in bicicletta non bastano per ricordarti…». Sulla piccola ringhiera, corone del rosario appese in segno di chissà che.
Scendo a piedi nel centro del villaggio. Sulle pareti decrepite dei vecchi casolari, gigantografie stupende del campione. Lui sotto il passaggio a livello, lui in primo piano, lui durante il record dell'ora. È una mostra sorprendente, che sbuca e richiama da ogni angolo (citazione doverosa e spassionata alla Cassa di Risparmio di Tortona, che l'ha finanziata). Sbuco nella via principale, principale anche perché è l'unica del paese: gli altri sono angusti viottoli laterali. La targa stradale mi chiarisce l'indirizzo: «Via Fausto Coppi, campione del mondo di ciclismo». All'inizio, sulla sinistra, un'antica casa ripitturata di fresco in giallo. Accanto alla porta d'entrata, una lastra trasparente protegge una foto: si vedono un giovane uomo e una signora, sua madre, che danno da mangiare alle galline. «Casa Coppi». Qui, nel settembre del 1919, lanciò il suo primo urlo alla vita il piccolo Fausto. Qui, oggi, chiedendo il permesso ai signori che abitano di fronte, si può accedere alla ricerca di qualche segno del passato. Non un museo: solo una casa natale sopravvissuta ai casi della vita.
Più avanti, la scuola. Ora chiusa. Allora, la scuola di Fausto e di altri cinquanta ragazzini. Quando Castellania era un paese qualunque e non un sacrario di fama mondiale. All'interno del cortile, l'unico locale pubblico: «La locanda del grande airone». Da un paio d'anni la gestisce il signor Leo. Mentre mi serve polenta e tacchino, mi fa comparire e scomparire una sigaretta accesa e un biglietto da cinquanta euro. Un simpaticone. «Perché sono finito qui, anche se non sono di qui? Sarà che non so andare in bicicletta e voglio imparare…». Ride. Spiega come sia lui stesso sorpreso di questo pellegrinaggio continuo, quotidiano, senza tregua, alle radici di Coppi. «Non passa giorno, in qualunque periodo dell'anno, che non arrivi qualcuno. Tanti in bici, ma anche in moto, in macchina, in caravan. Vengono dalle zone più strane. Ma tutti hanno la stessa devozione. In un certo senso, è un posto magico…».
Al tavolo di fianco, tre persone finiscono il caffè. Orecchiando, sento parlare di Anquetil, Milano, Bartali. Che caso, parlano dei funerali di allora, di quel gelido 2 gennaio del '60, quando l'Italia si fermò per un lutto veramente nazionale. Ci presentiamo, ci avviciniamo con le sedie, facciamo subito gruppo: come sempre, a Castellania. Uno dei tre è Piero Coppi, cugino di Fausto, anch'egli ciclista in gioventù, ma immancabilmente oscurato dai paragoni. Per vent'anni ha fatto il sindaco, per molto tempo il presidente dell'«Associazione Fausto e Serse Coppi». Adesso, è soltanto cugino: «Ormai Castellania sopravvive per Fausto. Figuriamoci, se escludiamo le frazioni, siamo in 46. Molti sono Coppi. Lo dico sinceramente, da ex sindaco: il paese è invecchiato, i giovani se ne sono andati, ma questo posto non si è mai sentito abbandonato. Anzi: più il tempo passa, più gente ci viene. Arrivano gli anziani, che Fausto l'hanno visto, ma anche i giovani, che ne hanno solo sentito parlare. Vengono giornalisti e studiosi, vengono scolaresche e semplici curiosi. D'estate e d'inverno, nei giorni di festa e nei giorni feriali…».
Per un paese che come massima mondanità offre la grigliata di Ferragosto, in località Sant'Alosio, tutto questo ha del paranormale. O del metafisico. No, non ci può essere una spiegazione logica e razionale, per questo intramontabile «Coppificio» a cielo aperto. Non se la sono mai data neppure loro, parenti e compaesani. Quando ci salutiamo, il cugino Piero esprime solo una certezza: «Un altro così non ne è mai nato, questo è sicuro…».
Un fenomeno di forza raffinata, un uomo di vetro soffiato. Finisce sempre così, da cinquant'anni, ogni discorso su Coppi. È sempre questa, immancabilmente, la meta ultima del viaggio a Castellania. Chi se ne va, si porta sempre dietro la stessa sensazione: sente di non aver toccato un semplice luogo geografico, ma di aver vagato in un indefinibile luogo dell'anima.