Una coppia di capolavoriL’Ignoto di Antonello ritrova la sua dolce metà

A Cefalù un dipinto di Angelo Caroselli. Un’opera dimenticata si rivela la "compagna" del notissimo ritratto Lui arguto, lei malinconica: in origine erano forse appesi accanto

In visita a Cefalù, con il passaggio in Duomo per la desiderata benedizione del Pantocratore, non potevo mancare una visita al Museo Mandralisca e al suo bene più prezioso, l’insinuante e malizioso Ignoto che, più compiaciuto di sé e del suo potere della stessa Gioconda, sorride.
Si tratta di un capolavoro solitario in una selva di ignoti autori di soggetti noti. Lui resta un ben indentificato ignoto di autore noto, il primo dei pittori siciliani: Antonello da Messina. In questa orgogliosa solitudine l’Ignoto è da sempre la ragione fondamentale per visitare il Mandralisca e ne è il principale promotore. Il Mandralisca lo scoprì e lo acquistò, ma se il suo nome risuona nel mondo lo si deve ad Antonello.
Un quadro solo dà senso alla Fondazione, che pure, tra archeologia, oggetti di affezione e biblioteca, ha numerosi motivi di attrazione. Così, qualche tempo fa, il valoroso storico dell’arte e curatore delle collezioni, Vincenzo Abate individuò, tra gli anonimi, un altro pregevole dipinto, un San Giovanni Battista, riferibile al pittore fiorentino Giovanni Antonio Sogliani, da lui ritenuto, «per qualità e bellezza...», il secondo capolavoro del museo. Si sbagliava. Nessun dubbio sulla precisione dell’attribuzione, ma un altro dipinto, che esce oggi dall’anonimato, lo incalza, insidiandone la posizione.
Ero stato alla Fondazione Mandralisca, la prima volta, 40 anni fa, e poi in altre due occasioni più recenti. Ma la forza di attrazione del noto Ignoto di Antonello, la fretta o la minor disponibilità a guardare gli altri dipinti non mi avevano fatto osservare con la dovuta attenzione un’altra memorabile tavoletta, poco più grande del dipinto di Antonello. Si tratta di un olio su tavola di 29 x 39 centimetri (il capolavoro di Antonello è 31 x 24,5 cm) ed è registrato nel cartellino e in una riproduzione provvidenzialmente tradotta in cartolina come «Anonimo pittore olandese della prima metà del XVII sec., Melanconia».
La datazione è approssimativamente azzeccata, il resto è sbagliato. Si tratta infatti di un’opera inequivocabile di Angelo Caroselli (anche nella variante, interna al suo corpus, dello pseudo Caroselli), e il soggetto è, in tutta evidenza, una Vanitas. La donna, con un copricapo di velluto rosso, con una borchia d’oro, inclina lo sguardo (questo sì, malinconico) su un teschio che svela (la mano sinistra solleva il velo), sul quale poggia un libro aperto con la scritta: «Quam amara memoria tua». La mano destra indica il libro. Indiscutibile riflessione sulla morte, vanitas o memento mori; ma anche, possibilmente, richiamo a una persona amata: il padre o il marito (nel quale si adombra il proprio inevitabile destino).
Da ogni punto di vista, rispetto all’irridente Ignoto di Antonello, l’espressione della donna manifesta un sentimento opposto. Di riflessione e di nostalgia, e non di arguzia, malizia, ironia. Il pensiero della morte non attraversa la mente del personaggio di Antonello. Tutto alla morte allude, compresa l’ombra caravaggesca che le taglia il volto, nella Vanitas del Caroselli.
L’opera è in ottime condizioni di conservazione ed ha una qualità distinta perfino in dettagli come l’orlo ricamato dell’abito della donna o nella morbidezza delle pieghe del cappello. Il riferimento più evidente al pittore è in dipinti come l’Episodio di stregoneria della Collezione Canesso, con particolari identici, o nella Scena notturna con giocatori, e insomma nella produzione di genere di ispirazione caravaggesca legata al mondo di bari, zingari, maghi, giocatori, prediletto dal Caroselli.
Il dipinto della Fondazione Mandralisca ha un potente chiaroscuro, che accentua i volumi, e una straordinaria sintesi compositiva nel movimento delle mani, come in un inconsapevole omaggio ad Antonello che con le mani tentò la profondità dello spazio nell’Annunciata di Palermo o nel Redentore di Londra.
Non stupisce che anche per questi requisiti la singolare Vanitas abbia incontrato il gusto del Barone di Mandralisca Enrico Pirajno. È venuto il tempo di riaffiancarla al dipinto di Antonello, come forse, viste le dimensioni, fu nel suo Gabinetto di Storia Naturale e Belle Arti.
Probabilmente nell’archivio del barone, e nel dettagliato inventario del 1888, dopo questo primo annuncio d’imprevisto ritrovamento, si vedrà traccia della Vanitas, per poterne conoscere la provenienza e anche la considerazione in cui era tenuta. Intanto la Sicilia, nell’oasi protetta di Cefalù, può menar vanto di un nuovo capolavoro che arricchisce il suo patrimonio, mentre ci permettiamo di sollevare qualche riserva sul recente ritrovamento della Testa di Santa Caterina del Convento di San Domenico a Soriano Calabro, che l’ottimo Carlo Vulpio, sul Corriere della Sera di domenica 8 gennaio (inserto La Lettura), accredita a Gian Lorenzo Bernini, prestando fede alla proposta di Mario Panarello. Capisco che la bellezza del luogo nel contesto dell’«estetica delle rovine», abbia emozionato il valoroso amico, ma l’inespressivo volto della testa recuperata tra le macerie non parla di un maestro ma di un timido scolaro, che non inventa ma che, al più, balbetta. rivolto al Bernini: «Quam amara memoria tua»!