«Le coppie di fatto meritano tutele ma il matrimonio è un’altra cosa»

Andrea Tornielli

nostro inviato a Lione

«Le coppie di fatto sono un fatto. Bisogna essere molto chiari ed evitare ogni riconoscimento che le equipari o assomigli anche lontanamente al matrimonio. Però in linea di principio non sono contrario a studiare delle forme giuridiche di tutela». Mario Francesco Pompedda, già «ministro della Giustizia» della Santa Sede, è abituato a ragionare con pacatezza e ad analizzare i problemi senza cedere a tentazioni polemiche. All’incontro interreligioso di Sant’Egidio, conclusosi ieri a Lione, è intervenuto parlando della libertà di coscienza nello Stato secolarizzato. Il Giornale l’ha intervistato sulla discussione nata dalla proposta di Prodi di introdurre i «Pacs», patti di convivenza sociale, che permettano a coppie di fatto anche omosessuali di ottenere alcuni benefici e tutele giuridiche. Una presa di posizione non nuova, bollata con estrema durezza dall’Osservatore Romano che ha accusato il candidato premier del centrosinistra di «lacerare la famiglia» per motivi elettorali.
Eminenza, il quotidiano della Santa Sede ha polemizzato con il leader dell’Unione. Perché la Chiesa è contraria ai «Pacs»?
«Le risponderò raccontando che quattro anni fa la questione è stata affrontata direttamente in Vaticano, perché in Olanda, dove i Pacs sono stati introdotti, c’era stato qualche sacerdote che li aveva utilizzati per dare delle garanzie alla perpetua che da anni lo aiutava e gli gestiva la casa. La cosa venne analizzata e si vide che era inaccettabile perché quantomeno simulava una specie di matrimonio e si poteva pensare che fosse un primo passo verso una forma di equiparazione...».
Non vi fu però un pronunciamento ufficiale...
«No. Giovanni Paolo II chiese quanti erano i sacerdoti coinvolti e visto che questi si contavano nelle dita di una mano, decise di evitare un pronunciamento ufficiale ma di avvertire singolarmente gli interessati che quella via non andava seguita».
Qual è la sua posizione, come pastore cattolico, di fronte al problema delle coppie di fatto?
«Ho seguito la polemica nata dalle dichiarazioni di Romano Prodi. Va ribadito molto chiaramente che non si possono equiparare le unioni di fatto con il matrimonio né, a mio avviso, introdurre delle forme giuridiche che lo richiamino in qualche modo: non ci possono essere equivoci o confusioni. Non si devono offrire appigli che portino, in futuro, all’equiparazione. Certo, resta il problema. Le unioni di fatto – mi scuso per il gioco di parole – sono un fatto. E dai fatti nascono generalmente dei diritti e dei doveri reciproci».
Dunque lei, in linea di principio, non è contrario a forme di tutela giuridica per queste unioni...
«Io penso semplicemente questo: se da un’unione di fatto, ad esempio, è nata della prole, bisognerà tutelare questi bambini imponendo dei doveri da parte dei genitori naturali, anche se questi non sono uniti in matrimonio. Oltre a dei doveri, nascono anche dei diritti. Non mi sembra opportuno che lo Stato ignori completamente il problema. Non si può dimenticare che da un’unione di fatto durata anni è nata una relazione che non può non generare diritti».
E quale soluzione propone?
«Bisogna utilizzare strumenti giuridici appropriati. Non vedo inconciliabilità totale tra la dottrina cattolica e qualche forma di tutela per le unioni di fatto. Ma, ripeto, è necessario fare molta attenzione all’equivoco dell’equiparazione, anche sotto forma di somiglianza, tra queste tutele e il matrimonio fra un uomo e una donna».