Coppola, un ex maestro con "Segreti di famiglia"

Il regista ha presentato a Torino il suo ultimo film, un dramma in parte autobiografico nel quale due fratelli si scoprono padre e figlio. &quot;Mi sono innamorato del cinema grazie a Kazan, Fellini e Antonioni&quot;<br />

Torino - I registi famosi sono come supernove: da lontano continuano a brillare, anche quando da tempo non splendono più. È il caso di Francis Ford Coppola, il cui Segreti di famiglia è stato ieri presentato al Torino Film Festival (domani sarà nelle sale). In gergo giornalistico, questo evento è dunque «un cavallo di ritorno». Infatti si era già visto il film, in maggio, al Festival di Cannes, ma s’intitolava Tetro, diminutivo dal cognome di famiglia «d’origine genovese» Tetrocini.

Come i Corleone della saga del Padrino, i Tetrocini sono fratelli con un padre padrone. Nulla di nuovo nemmeno qui. Nella conferenza stampa di ieri, Coppola ha però esordito ammettendo che anche lui, come il personaggio principale del film, aveva «un fratello maggiore molto ammirato». Nemmeno questa, comunque, è una novità: Michael Corleone (Al Pacino) non ammira il fratello maggiore Sonny (James Caan) nella saga del Padrino?

Aleggia su questa nuova storia di due giovani fratelli (Alden Ehrenreich e Vincent Gallo) - separati da anni, che si ritrovano a Buenos Aires - il padre famoso lontano, direttore d’orchestra che dovrebbe essere italiano, ma parla inglese con accento tedesco (ed è logico: l’interpreta Klaus Maria Brandauer). Il personaggio allude al padre di Coppola, Carmine, che non dirigeva un’orchestra, ma ricordava benissimo certi loro motivi, fino a prendere quello scritto da Nino Rota per il film Fortunella e metterci sotto la sua firma come motivo conduttore del Padrino!

Torniamo ai fratelli Tetrocini. Si ritrovano dopo anni, a Buenos Aires, ma perché si capiscano occorrerà la morte del padre; è il primo colpo di scena. Secondo colpo di scena: i fratelli non sono fratelli, sono padre e figlio. Dubbio: se i Tetrocini sono i Coppola, significa che Carmine non era il padre, ma il nonno di Francis?

Girato nella primavera 2008, Segreti di famiglia non è un kolossal. Sono due ore di discorsi fissati su digitale, riversati su pellicola a colori, stampata però in bianco e nero. I coppoliani devoti si sentiranno egualmente coinvolti; gli altri no, per quanto la tecnica sia impeccabile. I coppoliani moderati pensano che un regista che ha scritto pagine di storia del cinema dovrebbe riposarsi, quando è stanco. Non basta a Coppola aver imposto se stesso; aver imposto la sorella, Talia Shire; imposto, fino all’Oscar, il nipote, Nicolas Cage; imposto la figlia Sofia anche al Festival di Cannes del 2006, l’epoca del giacobino Jacob, un film nostalgico della regina Maria Antonietta? No, non gli basta. Non gli basta nemmeno essersi dato alla vinicoltura, visto che è con essa che si produce i film.

La sua determinazione è quella di chi non ha scelta. Del resto ieri ha accettato perfino l’omaggio di Roberto Benigni, uno che non resiste quando vede un regista italoamericano nei paraggi. A Cannes baciò le suole di Scorsese...

Sta per ricorrere il mezzo secolo della Dolce vita di Federico Fellini. Le celebrazioni saranno tante e probabilmente per lo più inutili. Che motivo c’è di ritenerle tali? L’aver creato un sottogenere che non finisce mai. Ha detto ieri sempre Coppola: «Da giovane sognavo di diventare un regista di teatro, poi di cinema. L’idea m’era venuta guardando grandi autori: La dolce vita era uscito nel 1960 e poi c’era il fascino misterioso dei film di Antonioni. Volevo seguire le loro orme. Era così che immaginavo la mia vita. In particolare volevo scrivere un film drammatico, che somigliasse a quelli che amavo da ragazzo, sul genere di Fronte del porto di Elia Kazan o di una qualsiasi opera di Tennessee Williams. Il Padrino ha cambiato tutto, facendomi diventare più famoso di quel che avrei mai immaginato. Così scrivevo, producevo, dirigevo film che non erano quelli che avevo in mente. Invecchiando ero disgustato dai film tutti uguali di Hollywood. Segreti di famiglia risponde a questa esigenza».
Ora Coppola ha i settant’anni che gli consentono di ultimare il suo progetto professionale. È giusto che sia così. Se non ora, quando? Ma chi terrà svegli gli spettatori?