Coppola: "Torturato dai pm peggio di Tortora"

Parla il costruttore romano, tornato alla ribalta dopo sette anni di
guai. Condannato, per bancarotta, ora attende l’appello "In carcere ho
perso venti chili e mi sono tagliato le vene due volte. Morivo, ma il
giudice non ha voluto muovere un dito"

Nell’accogliermi, Danilo Coppola non ha l’aria bellicosa. È nel corso dell'intervista che si metterà il coltello tra i denti. Il costruttore romano è un tipo magrolino, con l'aria più fanciullesca dei suoi 44 anni. Ha il colletto aperto, un golfetto bianco da bighellone caprese, capelli a paggetto, una barbina di tre giorni che fa tanto viveur o lavoratore indefesso. Sul suo groppone -si fa per dire: ha spalle esili come il resto- pesa una condanna in primo grado a sei anni per bancarotta fraudolenta. «Quello che si è detto su di me, mi creda, sono fandonie. È l’ora della chiarezza», dice e sediamo a un tavolo da riunione tondo e trasparente. Intorno, marmi bianchi e poltroncine bianche che, sommate al bianco del golfetto di Danilo, diffondono un'atmosfera pasquale che, con un pizzico di fantasia, suggerisce l’idea della resurrezione di «er Cash» (nomignolo di Coppola per l'ottima abitudine di pagare in contanti). La nuova sede del Gruppo è una palazzina primi Novecento, ristrutturata senza badare a spese e vuole simboleggiare -immagino- il ritorno alla ribalta dopo sette anni di guai. Come se mi avesse letto nel pensiero, er Cash precisa: «Oggi, ho 300 dipendenti a busta paga ma, se si considera l'indotto, do da vivere ad almeno mille persone». Intanto carbura alla svelta e dà ordini di portare caterve di scartoffie per provare quanto dirà. «Dio ne scampi», penso impaurito e al terzo faldone, per bloccare l'afflusso, strozzo i convenevoli e passo al botta e risposta.

Col Fisco si è accordato per 198 milioni, 150 già pagati. Le banche le ridanno fiducia, il lavoro c'è. Volta pagina?
«Sì. Anche se sono stato trattato come un criminale e ho perso centinaia di milioni. Non per ragioni di giustizia ma per distruggermi».

Ha una condanna a sei anni. Ottimista per l'appello?
«Credo nella magistratura, ma talvolta viene il dubbio. Per me, tutto nasce dall'istanza di fallimento per la Micop, fatta da un pm il quale sosteneva che la società dovesse al Fisco di 7,5 milioni. Ma ero stato io stesso a evidenziare la somma nella dichiarazione dei redditi. L'Agenzia delle Entrate non aveva ancora emesso la cartella, quindi il debito era inesigibile e in nessun modo utilizzabile per provocare un fallimento».

Ma il tribunale lo ha dichiarato.
«Una prima istanza è stata rigettata per mancanza di illecito. Allora, senza neanche notificarmela, il pm l'ha reiterata. Il tribunale l'ha accolta senza sapere che dietro la società ci fossi io. "Avessi saputo, non l'avrei fatto, Coppola", mi ha detto il giudice fallimentare. All'epoca, il Gruppo fatturava 3,5 miliardi annui. Si figuri se non ero solvibile per 7,5 milioni».

Chi è questo Pm fumantino?
«Inquietante. È Giuseppe Cascini».

Il segretario di Anm.
«Diventato dopo avermi incriminato. Gli ho dato molto lustro».

Che tipo è?
«L'ho conosciuto con l'arresto nel 2007. Ho sempre cercato con lui di risolvere i problemi. Ma Cascini voleva invece solo peggiorare le cose. Ha fatto altre istanze di fallimento di mie aziende quando ero in carcere impossibilitato a tutto. Quando mi accordavo col Fisco, si interponeva per impedire l'accordo».

La condanna per bancarotta nel 2009 dimostra che i giudici hanno dato ragione a Cascini.
«Quando fece l'arringa era già segretario di Anm. Non capisco come potesse contemporaneamente fare il pm. I tre giudici che mi hanno giudicato sono iscritti all'Anm e ne dipendono per le carriere. Immagini la serenità con cui hanno deciso. Non tutti i magistrati sono cuor di leone».

Lei aveva grandi difensori, Pecorella, la Bongiorno, altri.
«La triste verità è che si sono appiattiti o si sono occupati poco del mio caso. Uno mi ha detto: "Cascini vuole da te la resa incondizionata", cioè la mia morte come imprenditore».

Faceva il portavoce di Cascini!
«Infatti, gli volevo menare. Mi sentivo in balia di uno sceriffo che la mattina si alza e decide, tu mi sei simpatico, tu devi morire».

Sempre con la regia del predetto lei si è fatto due anni di prigionia.
«Dieci mesi di carcere, il resto in ospedale. In carcere mi hanno applicato il 41 bis, quello dei mafiosi. Soffro di claustrofobia da quando, ragazzo, sono rimasto tra le lamiere dell'auto dopo un incidente. Da vent'anni sono in cura. Tra le sbarre ho perso 20 chili perché rigettavo anche 30 volte al giorno. Per calmarmi mi davano 180 gocce di Lexotan. Sedato, ragionavo male e mi sono anche tagliato le vene due volte. Un secondino mi sorvegliava a vista e teneva un rapporto giornaliero».

E Cascini?
«Sapeva come stavo attraverso il diario del secondino. Ma mi ha impedito di vedere mio figlio appena nato con una malattia al cuore. I periti d'ufficio mi dichiaravano incompatibile col carcere e allora Cascini li ricusava, mandandone altri. Per otto volte, tutti hanno detto la stessa cosa».

Coi domiciliari è andata meglio?
«No. Il maresciallo della Gdf di Frascati, Prosperi, che mi indagava segretamente dal 2003 e che è all'origine dell'accanimento giudiziario, si è sistemato in una villetta vicina alla mia per sorvegliarmi 24 ore su 24. Nottetempo mi fece installare i microfoni in casa. Un collega di Prosperi mi disse: "Mi fa vergognare della divisa". I Cc venivano a controllarmi ogni due ore, anche quando dormivo. "Ordini superiori", dicevano imbarazzati».

Perché così belvino il maresciallo?
«Bramosia di carriera. Ero il ventottesimo uomo più ricco d'Italia. Si sarà detto: "Se lo arresto, mi promuovono"».

E il pm Cascini?
«Credo si ritenga socialmente, ai mie antipodi. Io ero il giovane arricchito, dunque il nemico di classe da abbattere».

Si sente un Tortora?
«Anche peggio. Morivo e Cascini mi teneva chiuso. Temeva che uscendo io risolvessi in una settimana le trappole che mi aveva teso. Si erge a paladino della giustizia, ma si mette la legge sotto le scarpe».

Pensa di denunciarlo?
«E' probabile. Sulla vicenda va fatta luce».

Il suo nome è stato accostato alla Banda della Magliana. La Dia smentì, ma la voce circolò.
«Prosperi ha propalato la fandonia, due giornali ci hanno ricamato su: Il Sole 24 ore diretto da de Bortoli, con gli articoli di Claudio Gatti, e Repubblica con quelli di Carlo Bonini. Tutti querelati».

Tentò di scalare Bnl contro la volontà del presidente Luigi Abete e del socio Diego Della Valle. Dietro le toghe, il salotto buono?
«Nella finanza si è avversari, non nemici. Il motore delle toghe non è stato il salotto ma l'invidia».

Viene associato a Stefano Ricucci, anche lui romano di borgata, palazzinaro, arrampicatore. Si riconosce nei panni del furbetto del quartierino?
«Non mi sento né furbetto, né cretino di corte e sono del tutto diverso da Stefano. Lui è un mediatore, io ho sempre costruito immobili. Sono un imprenditore che ha fatto pochi errori e che ha saputo prevedere cosa avrebbe significato per l'immobiliare l'avvento dell'euro».

Nuova ombra all'orizzonte: il processo per la scalata Bnl, coimputato, di Fazio, l'ex governatore Bankitalia, e Francesco Gaetano Caltagirone. Per lei, il pm ha chiesto tre anni.
«E' una pagliacciata e lo dimostrerò. Mai operazione è stata più trasparente».

Perché ora, dopo anni, esce allo scoperto?
«Ho un groppo dentro. Sono vittima di un'ingiustizia e lo voglio proclamare».

Che ha ricavato -come cittadino- dalla sua vicenda?
«Una profonda amarezza».