Il coraggio di avere coraggio

Dal '94 la politica italiana dipende dalle decisioni di Silvio Berlusconi: la sinistra si orienta sempre prendendo la forma che è anticipata dal leader liberale. Basta ripercorrere i singoli episodi, vedere come dal Pds nascano i Ds e poi il Partito democratico, registrare la nascita dell'Ulivo, cioè della coalizione diretta tra postcomunisti e democristiani di sinistra. Si vedrebbe che ogni passaggio risponde ai problemi posti da Berlusconi e anche l'alleanza multicolore senza forma politica affidata all'arbitraggio di Romano Prodi. Prodi non ha scelto il suo popolo, ma un insieme di partiti ha commissariato la leadership a un uomo che non è neutrale ma che agisce nell'interesse proprio. Dove Berlusconi ha creato un popolo e un leader, i partiti della maggioranza hanno nominato un commissario agli atti.
Perché Berlusconi è un leader? Per capacità di decidere da solo e di rischiare in prima persona. Il popolo sente chi decide e chi rischia. Oggi chi decide da solo incontra il suo popolo. Possiamo considerare tre casi distinti. Il primo è Tony Blair che scelse la guerra in Irak contro il suo partito e vinse tre mandati elettorali. Fu la decisione che creò il consenso. Gordon Brown è sfuggito al suo popolo.
L'altro leader che ha giocato tutto se stesso è Nicolas Sarkozy in Francia. Si è posto come alternativo al presidente della Repubblica in carica, che aveva governato la Francia per dieci anni. Lo ha fatto proponendo la sua decisione solitaria e parlando al suo popolo, ha rischiato e la gente ha misurato il rischio, ha sentito il leader e si è affidata a lui.
Angela Merkel aveva la medesima attitudine, ma il suo partito, la Cdu-Csu, non le ha permesso di seguire la sua linea, non le ha lasciato il ruolo del decisore. Nonostante il culto italiano per il sistema federale tedesco, i rigidi partiti tedeschi sono un grave limite al futuro della democrazia.
Berlusconi ha con sé il popolo perché sa decidere e rischiare, decidere da solo e rischiare da solo. Se ha cambiato linea sciogliendo la Casa delle libertà che si era già autosciolta e adottando la proposta di un proporzionale con sbarramento non è divenuto meno anticomunista. Però ha capito che il vero pericolo di regime fa proprio nel ruolo di commissario che Prodi ha nella coalizione. Questa lotta al massacro di Forza Italia e del suo leader non è venuta dai Ds né dalla Margherita, è avvenuta dal potere sopra i partiti che è impersonato da Romano Prodi. È lui che genera l'antipolitica contro la sinistra e logora il consenso sia dei Ds che degli antagonisti.
Prodi fa parte della teologia politica di don Giuseppe Dossetti, che costituì i comitati per la difesa della Costituzione contro Berlusconi, Bossi e Fini. Così è nato quell'odio teologico concentrato contro Berlusconi. Ciò ha spinto la maggioranza a procedere con un mini colpo di Stato, occupando tutte le cariche istituzionali e interpretando le elezioni vinte di misura come mandato per distruggere l'opera legislativa del governo Berlusconi.
La decisione che Berlusconi ha preso, è quella di creare un conflitto tra la componente prodiana e il Partito democratico. Se egli avesse mantenuto la Casa delle libertà, egli avrebbe rinforzato la concentrazione attorno a Prodi di tutta la sinistra. Se fosse rimasto sul maggioritario, questo sarebbe stato l'effetto. Egli ha sciolto formalmente le righe, già abbandonate dagli alleati per aprire le vie di libertà a tutti i partiti della coalizione. Sia il Partito democratico che la sinistra massimalista trovano, grazie a Berlusconi, la sicurezza del loro futuro, sanno che non hanno più bisogno di Prodi per essere credibili. Possono tornare a essere se stessi.
Berlusconi ha così creato la possibilità della crisi del prodismo. Fini e Casini si sentono abbandonati, ma è significativo che essi non abbiano mai adottato un linguaggio così di destra come da quando Berlusconi li ha abbandonati. Non avremmo mai pensato che Casini andasse alla manifestazione dei poliziotti contro il ministro Amato, eppure è accaduto.
Berlusconi, come sempre, ha avuto un grande coraggio: quello di uscire da solo, anche contro il suo partito che ha temuto di perdere l'unico suo marchio elettorale. Egli ha aperto una grande battaglia per liberare da Prodi e da Parisi, dai dossettiani che vogliono umiliare la Chiesa cattolica: una battaglia per il popolo delle libertà.
Gianni Baget Bozzo
bagetbozzo@ragionpolitica.it