Il coraggio di creare aziende e posti di lavoro

Sono un ex imprenditore. Tredici anni fa ho chiuso la ditta perché, pagando tutte le tasse, il mio reddito netto non arrivava al 5 per cento. Ho venduto i muri del mio magazzino, frutto di vent’anni di lavoro e messo in banca, investendo il mio piccolo capitale mi dava un reddito, allora, superiore al 5 per cento e senza il rischio di impresa. Nel 1991, un mio fornitore di Prato presentò un reddito di un miliardo di lire: ebbene, con aliquote progressive che superavano il 60 per cento e altre tasse, rimasero 250 milioni di lire. Hanno chiuso. Non sono questi i ricchi da colpire. Se non si consente alle ditte di guadagnare, le ditte chiudono. In Italia l’occupazione è data per circa l’80 per cento da piccole imprese che hanno una media di 10-15 lavoratori. L’aggravio delle tasse impedisce a queste ditte di ottenere un reddito decente, perciò molti sono costretti a evadere per potere mantenere la propria attività e occupazione. Il lavoro occorre crearlo, e alle volte lavorando anche di sabato o domenica come hanno fatto milioni di autonomi come me. Inoltre oggi, chi rileva una ditta che chiude, dimezza i lavoratori e inserisce dei macchinari che lavorano sempre e non scioperano mai.