Il coraggio dei mercati

Ce ne saranno di sicuro e per esempio, nel caso dell’Italia, non renderanno più facile la strada che dobbiamo percorrere. Alcune priorità di spesa, ma soprattutto di impiego delle risorse, dovranno essere modificate sia nei bilanci pubblici che in quelli privati. Ma quali potranno essere, a livello mondiale, in questa età della globalizzazione, le conseguenze economiche dell’attacco terroristico di giovedì 7 luglio a Londra?
In parte e a brevissima scadenza, quasi in tempo reale, le abbiamo viste il giorno stesso, con una cadenza drammatica di minuto in minuto. Gli indici di Borsa, in tutto il mondo ma a cominciare dalla City direttamente colpita, hanno trasmesso un messaggio inequivocabile di resistenza, di reazione e di fiducia nel futuro. Non è certo il caso di parlare di «cinismo dei mercati», soprattutto di quelli finanziari: perché nelle previsioni e nei calcoli, al di là di tutto ma tenendo conto del possibile, essi funzionano come sismografi molto sensibili.
In questo senso gli effetti immediati appaiono alquanto diversi non soltanto dal dopo-11 settembre del 2001 con l’attacco all’America, ma anche dal dopo-11 marzo dell’anno scorso a Madrid. Passato un breve choc iniziale, le quotazioni sono tornate ai livelli precedenti in un paio di giorni. Dopo una caduta del 3 per cento in quattro ore dal primo attentato, Londra ha chiuso lo stesso giovedì riducendo la flessione all’1,36 per cento. Parigi ha contenuto le perdite nell’1,39 per cento, risalendo dal 3,8 nelle prime quattro ore. Francoforte è andata dal 3 per cento tra le 8.51 e mezzogiorno all’1,85 in chiusura. Nell’arco di una giornata le Borse americane sono risalite a più dei livelli precedenti, quella di Madrid ha perso l’1,91 per cento, Milano l’1,67, Amsterdam lo stesso e così via. Praticamente un’extrasistole netta, pungente, ma un frullo d’ali sotto una raffica di tempesta.
Tutto questo mentre i londinesi vivevano una giornata non meno tragica e certamente meno attesa di quelle della Seconda guerra mondiale sotto le bombe della Luftwaffe e poi sotto il sibilo delle V-2: quando scendevano al volo, giusto sessant’anni fa, dai bus a due piani con bombetta e ombrello per andare a lavorare mentre i razzi nazisti si stagliavano nel cielo della cattedrale di San Paolo (lo documentano certe foto all’Imperial War Museum). Ma non solo: mentre il prezzo del petrolio lambiva i 60 dollari al barile e potrebbe facilmente andare a 100 dollari, se appena il quadro geopolitico dell’economia mondiale dovesse incendiarsi, letteralmente, verso i giacimenti dell’Arabia Saudita e dell’Iran.
Fra l’altro, i mercati hanno visto una brevissima escursione degli investitori verso obbligazioni e titoli di Stato (verso la «qualità», come si dice per intendere una certa sicurezza con minori, anzi minimi rendimenti), verso l’oro e i cosiddetti «beni rifugio». Ma sono tornati indietro subito, perché il rifugio non c’è - come non c’è la sicurezza assoluta verso il terrorismo - e allora tanto vale avere coraggio e non lasciarsi piegare. D’accordo, ai mercati non si chiede coraggio né pietà, ma di rispecchiarli sì, se ci sono, tenendo il più possibile i nervi a posto per conto degli altri, cioè di tutti noi. Le reazioni si spiegano anche perché l’11 settembre del 2001 ha cambiato il mondo con un impatto tremendo mentre l’economia mondiale stava appena uscendo dalla fine della lunga espansione degli anni Novanta, dopo la breve recessione americana e lo sgonfiamento della bolla speculativa con i mercati finanziari in discesa dal marzo del 2000. Adesso, con l’eccezione di parte dell’Europa, l’economia globale è ancora in espansione e le prospettive di crescita sembrano ancora tenere. Già l’attacco a Madrid l’anno scorso non aveva inciso molto su queste previsioni. È però evidente che la permanente e diffusa minaccia terroristica impone rischi e costi crescenti, non decrescenti. Ed è difficile dire se questo attacco, ammesso che non ne seguano altri a breve, avrà o meno effetti durevoli sulla fiducia dei consumatori, degli stessi investitori finanziari e, quel che più conta, sulla forza propulsiva e innovativa delle imprese (economia reale).
Certo è che i pericoli più gravi sull’economia, nonostante tutto, non sono quelli «esogeni», cioè esterni al sistema come appunto il terrorismo, bensì quelli «endogeni», interni al sistema stesso. Si è detto del petrolio, si pensi ai mercati immobiliari (specie negli Usa), si pensi al risorgente protezionismo. Si pensi, e sembra un paradosso, alla combinazione di una stretta monetaria in America con un rallentamento della crescita in Cina (eh sì, proprio la Cina) così altamente e minacciosamente dipendente dalle esportazioni. Eviterebbe l’Europa il risucchio di una deflazione, stretta fra bassa produttività, invecchiamento della popolazione e paura di cambiare?