Il coraggio dell’Europa dura 12 ore

Avevano un’aria dignitosa e unita i rappresentanti dell’Ue, quando martedì hanno lasciato, a Ginevra, la sala in cui Ahmadinejad delirava sugli ebrei e sullo Stato Ebraico. È stato bello, ed è subito finito. Nel corridoio subito dietro la porta la piccola assemblea ha consumato il suo momento di chiarezza morale aspettando semplicemente i 20 minuti del discorso del presidente iraniano. Poi, chi prima chi dopo, tutti gli europei sono rientrati fuorché la Repubblica Ceca e i veterani del no: noi italiani, la Polonia, la Germania, l’Olanda. La giornata di ieri ha visto l’Iran, insieme all’Albania e al Belgio, presiedere come niente fosse il comitato per il documento finale. E il documento finale di nuovo indelebilmente inquinato dalla riconferma delle conclusioni di Durban 1 che nominava solo i palestinesi come vittime del razzismo secondo loro derivante dal sionismo.
Nel testo c’è anche una parte dedicata, senza nominare Israele, alle conseguenze razziste dell’occupazione. E di fronte agli occhi dell’Europa ritornata alle sedie, si è svolto il solito teatro (con cui la lotta al razzismo c’entra poco, e l’aggressione a Israele e all’Occidente parecchio) messo in scena dai Paesi chiamati a parlare: Siria, Qatar, Palestinesi, Pakistan, Sudan, Yemen. Conserviamo ancora oggi, dal 2001, gli appunti fotocopiati del discorso di Arafat che stabiliva come Israele fosse nato dall’imperialismo razzista giusto per opprimere e sfruttare i palestinesi. Questa era allora la linea, ed essa si ripresenta peggiorata dalle promesse di sterminio dell’Iran. È fonte di tristezza che Bernard Kouchner (nella foto) abbia parlato di «vittoria», della speranza di una conclusione che porti finalmente a un bagno di diritti umani condivisi, di lotta ai genocidi, di difesa delle donne. Con chi, con Ahmadinejad? L’intera scena della grande uscita europea seguita dal grande rientro è triste perché compulsiva, inevitabile, incapace di mettere a nudo i problemi della struttura madre della moralità internazionale, l’Onu.
L’Europa non riesce a concepire l’idea che non Ahmadinejad ha creato lo scandalo della Conferenza, ma che essa, la conferenza dell’Onu contro il razzismo, non poteva altro che evocare Ahmadinejad. La Francia, l’Inghilterra, non possono concepire che sia stata tradita la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del ‘48, adottata dall’Onu come pietra di fondazione. Eppure già nel ’59, a causa dei Paesi filocomunisti e «non allineati» e alle nazioni islamiche, dopo 2.000 attacchi antisemiti violenti le Nazioni Unite fecero cadere il termine «antisemitismo» dal testo votato. Nel ’64 già non c’è traccia del termine nella convenzione internazionale sulla «Eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale». In tutti i voti contro la discriminazione razziale si obiettò che l’antisemitismo ha carattere religioso; nel caso di discriminazioni religiose, si rispose che è un problema razziale. A Durban, nel 2001, i termini Olocausto e antisemitismo non figurano nella parte sul razzismo punibile, mentre i palestinesi vengono chiamati «vittime del razzismo israeliano». Quanto all’antisemitismo islamista, alla marea di educazione all’odio dalle scuole alla tv, all’incitamento costante a uccidere gli ebrei, non ce n’è traccia nei rapporti sul razzismo dell’Onu... L’Onu ha accusato Israele di qualsiasi crimine, fino al ridicolo; il 30% delle risoluzioni di condanna è tutto per Israele; su 10 sessioni di emergenza 6 riguardano Israele. Già nel ’75 l’Onu votò la risoluzione «sionismo uguale razzismo». Parallelamente non c’è stato genocidio che l’Onu abbia saputo combattere, discriminazione e condanna a morte di adultere o omosessuali che abbia saputo fermare o almeno condannare, per non parlare della sua incapacità a fermare le strutture atomiche iraniane. Come stupirsi dopo tanto silenzio che ora l’Europa non dica che la Conferenza di Ginevra non c’entra nulla con la lotta al razzismo perché l’Onu non sa, non vuole combatterlo?