Il coraggio facile dell’anonimato

di Giuseppe Marino

E c’è pure chi le chiama pasquinate, chi invoca la libertà della Rete, che è la nuova democrazia e, evviva, sta cambiando il mondo. Poi vai sul profilo di Massimo Boldi e il livello è questo: un tal Giuseppe attacca «fai dei film del cazzo» e l’attore replica «Capra». E non parliamo di Twitter, col caso Zarate, accusato di omofobia per aver dato del «frocio» a un tifoso della Roma. E via alla polemica delle associazioni gay. L’internauta insultato, gasato da tanta giusta indignazione, ha querelato il giocatore della Lazio. Ridotto a dettaglio il fatto che lui stesso aveva in precedenza così apostrofato Zarate e un suo fan «bella coppia di frocioni». Ma si sa, l’internauta qualunque ha sempre ragione. Ma che c’entrano Pasquino e le rime contro l’oscurantismo della Roma papalina? La libertà non ha nulla a che vedere con la quotidiana massa di improperi in Rete. Gli esperti li chiamano «troll»: sono gli accaniti web-disturbatori, frustrati che nei dibattiti on line vomitano volgarità e livore, cercando la ribalta dei volti noti, ma nascondendo le proprie facce. La regola in Rete è «never feed the troll», mai nutrirli. Rispondere significa dar loro importanza. E poiché è ciò che cercano disperatamente, subito si scatenano. Non servono i sociologi per capire che la molla è la sensazione di impunità regalata da internet e dal monitor-scudo. Qualcosa di simile al fenomeno già studiato di chi nell’apparente solitudine della propria auto si trasforma in belva. Una legge inglese vuol punire chi dà spazio ai troll, come chiede Paola Ferrari. Forse non è la strada giusta, ma ognuno deve potersi difendere, anche se internet è importante e la censura è un errore. Ma pensiamo agli insulti su Facebook alla mamma di Federico Aldrovandi: un gesto codardo, come codardo è chi picchia a morte un povero ragazzo, nascondendosi dietro la divisa. La libertà è un’altra cosa.