Il coraggio per ripartire

Tutti drogati. Basta chiedere a una suora, a un bambinetto dell'asilo, a un antennista che cosa pensino del ciclismo, e la risposta sarà sempre la stessa: tutti drogati. Inutile chiedere di Cunego o di Bettini, tanto meno di Boonen e di Valverde: fuori dal giro, non sanno nemmeno chi siano. Forse hanno orecchiato qualcosa di Cunego e di Bettini, sanno della loro esistenza in vita, ma sarebbe patetico pretendere qualcosa in più. Sono tutti fermi a Pantani: lui sì, sapevano chi fosse.
Ovviamente questo non è l'ultimo rapporto Istat sullo stato di salute del ciclismo: però non siamo molto lontani dal vero. Ad una simile radiografia hanno portato gli ultimi dieci anni di devastazioni. Improvvisando un rapido riassunto ad un ipotetico marziano che sbarcasse quest'oggi tra noi, certamente costui scoppierebbe a riderci in faccia. Ci darebbe una pacca sulla spalla con la sua mano verde, ci manderebbe a quel paese e prontamente si metterebbe a cercare un'altra galassia, popolata da gente meno burlona.
Il problema, serissimo, è che questa storia non ha nulla di inventato. A partire dallo scandalo Festina (doping di squadra, Francia, 1998), per arrivare fino a Basso, si fatica ormai a ricordare un grande giro finito in letizia e allegria. Certo, il caso più clamoroso e più crudele resterà per sempre quello di Pantani. Vai a sapere: se lui, nel '99, avesse trovato la forza di fare come Basso, magari qualcosa sarebbe cambiato. Ma è solo un'ipotesi romantica e suggestiva. La storia parla chiaro: a forza di negare l'evidenza, Pantani ci è morto. Lo trovarono con l'ematocrito alto già nel '95, quando comunque questo valore sballato non era considerato doping. Lo ritrovarono nella famosa tappa di Campiglio, anno '99, quando invece era proibito. E quando lui era il dio della bicicletta. I consigli ottusi e stupidi dell'entourage, ma soprattutto il suo orgoglio, gli impedirono di ammettere e ripartire. Anzi, andò all'attacco, raccontandone una nemmeno tanto nuova: complotto, scambio di provette, imboscata dei poteri forti, o anche solo del Totonero. Il risultato lo conosciamo, inutile riavvolgere la penosa moviola.
In questo viaggio ai confini della realtà, dove tutto si crea e tutto inesorabilmente si distrugge, è praticamente impossibile ricordare caso per caso. Basta risalire all'ultimo anno e mezzo per incontrare un tris memorabile. Vuelta 2005: vince lo spagnolo Heras e subito dopo lo impallinano per doping. Giro 2006: vince Basso, ma subito dopo finisce coinvolto nell'inchiesta spagnola, fino alla rovina di queste ore. Tour 2006: fermati i big dall'inchiesta, i candidi raccontano di una corsa finalmente nitida e pulita. Pochi giorni dopo, il vincitore Landis finisce pure lui colpito e affondato.
A occhio e croce, sembrerebbe ora di metterci sopra la pietra tombale, firmando il certificato di morte del glorioso sport. Invece si registra un fenomeno vagamente paranormale: la pratica della bicicletta, negli ultimi tempi, è letteralmente esplosa. Ma questo, in fondo, potrebbe essere più un fatto di costume, di moda, di salutismo, che di passione sportiva. C'è però un altro dato significativo: il Giro d'Italia che valorosamente sabato va ad incominciare, partendo con un omaggio a Garibaldi sull'isola di Caprera, ha registrato un più dieci per cento nella raccolta di sponsor e pubblicità. Le grandi aziende, come dicono alla Bocconi, avvertono l'appeal di un prodotto comunque ancora largamente popolare, capace di scatenare entusiasmi, sogni, passioni.
Che fare, allora? Partendo dal presupposto realistico che nessuno eliminerà mai il doping dallo sport, così come nessuno eliminerà mai chi va a 180 in autostrada, bisogna soltanto puntare a qualcosa di più umano: eliminare i dopati dallo sport. Con la radiazione. Chi cade nella rete dell'antidoping deve cambiare mestiere. Le leggi di adesso, inadeguate all'emergenza, prevedono due anni di squalifica. Praticamente, un incentivo al doping tra i più giovani: rischiano, guadagnano per sistemarsi, eventualmente si fermano due stagioni. Per poi ripartire di slancio. Evidentemente, ci vuole dell'altro. Certo non va radiato Basso, che almeno ha confessato. Vanno radiati quelli che negano l'evidenza, come chiedono gli avvocati e i trafficoni del giro. Con un po' di coraggio, il caso Basso può persino non essere la fine del ciclismo. Ma un nuovo inizio.
Cristiano Gatti