Il coraggio di rischiare

Una politica per la famiglia sarà argomento fondamentale dei prossimi mesi, non solo perché è un tema elettorale di forte richiamo, ma soprattutto perché affronta un problema vero, sentito dalla gente e importante per le istituzioni che si trovano ad avere a che fare con una società sempre più anziana, avara di nascite. La questione sarà affrontata in termini economici, ma se saranno esclusivamente economici sarà un modo per dare il colpo di grazia alla famiglia.
Mettere al mondo bambini e progettare una famiglia è un fatto culturale: filosofico e religioso e, l’aspetto economico, che pur ovviamente esiste, è del tutto secondario.
Una famiglia è il rischio più bello sul futuro, coinvolge le proprie passioni, la propria eticità, il proprio sentimento religioso, il rispetto della tradizione, la gioia per la vita che per svilupparsi ha solo bisogno di altra vita. Ciò che resta di noi saranno i nostri figli a testimoniarlo; e anche se pochi se ne accorgono, ciò che ha senso è tale perché è fatto per i nostri figli, per il mondo che c’è già ma non è ancora pienamente compiuto.
Si diano tutti gli incentivi economici possibili e immaginabili a sostegno delle famiglie: i soldi si accettano sempre volentieri. Però si rifletta su uno snodo culturale fondamentale della nostra storia recente che ha modificato il modo di pensare la famiglia, che ha, dunque, cambiato il nostro modello culturale.
Alla fine degli anni Sessanta - rivolte studentesche e sindacato politico - si passa da una mentalità - individuale e collettiva - basata sul principio di responsabilità ad una imperniata sulle rivendicazioni delle garanzie. Dalla responsabilità alla garanzia. Il futuro deve essere garantito dallo Stato, il futuro non deve essere un rischio: la laurea universitaria è garantita a tutti, il lavoro deve essere un posto fisso, la casa da pagare con equo canone stabilito dallo Stato... insomma, qualsiasi cosa che si fa o che si intende avere deve essere una garanzia. La famiglia? Per poterla fare, devo avere ogni garanzia: soldi, casa, divorzio se litigo, aborto se ho un figlio in più che non desidero. Una simile mentalità, costruita sull’idea di una garanzia fornita a 360 gradi dallo Stato, elimina il sentimento del rischio che, invece, è il modo in cui mettiamo in gioco la nostra responsabilità per aprirci al futuro, cioè alla vita.
Dunque, scarsa disponibilità a rischiare nel mondo del lavoro e soprattutto nella costruzione di una famiglia che, appunto, è il rischio più vero, più etico, più autentico, più bello con cui gli uomini si aprono al futuro. La famiglia è in crisi e non si fanno più figli perché non ci si vuole più assumere delle responsabilità che comportano rischi: responsabilità culturali, cioè essenzialmente etiche e religiose.
Si osservi, ad esempio, la drammatica decadenza sociale della figura del padre. Perché oggi è così emarginata nei ruoli familiari? Perché oggi non ha più una sua riconosciuta legittimità, sopraffatta e dominata dalla figura della madre?
Il padre era colui che si assumeva le responsabilità. La sua autorevolezza si basava sulla funzione decisionale che responsabilmente sceglieva il modello di organizzazione familiare. Se questo principio di responsabilità viene sostituito dall’insieme di garanzie egualitarie fornite (o richieste) dallo Stato, crolla come un fragile castello di carte la figura paterna, cioè si distrugge la sua figura simbolica.
È giusto pensare di inaugurare una politica attenta alla famiglia; è giusto, per i tempi che corrono, dare aiuti economici ai giovani per formarsi una famiglia. Ma non saranno mai i soldi la vera difesa della famiglia. Sono nato, come tantissimi altri, durante la guerra. I miei genitori, come tantissimi altri, vivevano sotto le bombe, con le case che crollavano tutto intorno e con la tessera annonaria per comprare un po’ di pane e di latte. Eppure, come tantissimi altri, non hanno esitato ad avventurarsi nel rischio più bello della vita: mettere al mondo dei figli e formare una famiglia.