Il coraggio virtuale di Rutelli

Francesco Rutelli è tra i pochi nel centrosinistra ad avere il coraggio di misurarsi con la realtà e a non cedere alla tentazione del populismo. Ha voluto ancora ripetere che «non si può abbandonare l'Irak dalla sera alla mattina» e che «la strategia di rientro deve essere graduale e concordata a livello internazionale». È un merito non da poco in uno schieramento il cui leader, Romano Prodi, non nasconde le sue simpatie per lo stile e le scelte di Zapatero. Ma è un merito virtuale, perché poi questo coraggio sfuma quando dalle parole e dalle analisi deve passare agli atti. Come si sa, ha infatti votato contro il rifinanziamento della missione Antica Babilonia e già questa scelta è suonata come una prova di incoerenza, come una rinuncia alle proprie convinzioni nel nome dell'unità dell'alleanza. Cioè piccola tattica, certamente sproporzionata rispetto alle continue tragedie provocate dal terrorismo, che colpisce quotidianamente gli iracheni.
Ma perché si è subito preoccupato di accentuarne il significato, parlando di un «no convinto», visto che è invece convinto del contrario? Di cosa ha paura? Delle proprie idee? Di essere assimilato a Clemente Mastella, che al contrario non si è preoccupato troppo di unire i suoi voti a quelli della Casa delle libertà?
Qui c'è il vero problema dell'area moderata dell'Ulivo. Essa esiste, parla, riesce spesso ad enunciare spunti innovativi e a riconoscere - lo ha fatto lo stesso Rutelli - che alcune riforme del centrodestra vanno nella giusta direzione e devono essere conservate nel caso di una vittoria elettorale dell'Unione nel 2006. Nella vicenda del rifinanziamento di Antica Babilonia ha perfino cercato una netta distinzione dalle posizioni della sinistra antagonista. Ma poi, alla fine, decide sempre di rinunciare ad essere se stessa, appunto ad esistere come soggetto politico.
La preoccupazione di tenere insieme l'opposizione, di non scollare la Margherita e di non alterare i precari equilibri raggiunti sulla leadership di Prodi, in questa lunga conta alla rovescia verso il voto, non può essere una spiegazione convincente. Può essere la scusa. Ma la vera ragione va probabilmente cercata altrove. Nel fatto, che Rutelli è certo il primo a conoscere, che in questa sinistra non c'è spazio per la moderazione e per il riformismo, parole che si ha il diritto di pronunciare a patto, però, che non contemplino una coerenza di comportamenti. Altrimenti il destino è la marginalità, la condanna a non esercitare una leadership, a svolgere un ruolo di frontiera. Appunto, come Mastella che ha preso l'abitudine, quando capita, di votare secondo le proprie convinzioni e che ha scelto di competere alle primarie di ottobre, perché occupando un angolino estremo dell'alleanza può trarre solo vantaggi dalla sua diversità moderata.
Qui sta il problema storico, che l'alleanza dell'Ulivo si trascina dalla tradizione italiana del secolo delle ideologie. È fin troppo facile chiedersi, perché non c'è risposta logica, come Rutelli possa essere convinto di votare no al rifinanziamento di Antica Babilonia e nello stesso tempo di pensare ad una strategia graduale e concordata. Un po' più utile è invece rendersi conto che questa contraddizione non segnala un episodio secondario, ma sottolinea l'insostenibile condizione politica di chi vive nell'ultima illusione della sinistra italiana e occidentale, che non è certo la nuova Utopia dell'antagonismo, ma la capacità di fare i conti con il mondo che c'è e di poterlo governare. Di essere cioè una sinistra di governo. Con una sola eccezione, quella di Blair, il quale però riaffermava l'impegno britannico in Irak proprio mentre Rutelli dava un voto che, se maggioritario, avrebbe significato il ritiro della missione italiana.