Coraggioso e atipico Una scommessa vinta

La faccia di Cheyenne tracima sullo schermo. E le canzoni di David Byrne riempiono la sala. Grandi immagini, grande recitazione e grande musica possono fare grande cinema. Anche se in This Must Be the Place la trama non fila come un eurostar. Se la sceneggiatura contiene qualche incertezza. Se qui e là si rischia il déjà vu.
Occhi bistrati, bocca impiastricciata di rossetto, cipria, chioma cotonata di un nero brillante. Dietro l’espressione da Pierrot moderno, l’ex rockstar in pensione cui dà rughe e camminata un formidabile Sean Penn nasconde senso d’ironia e pillole di saggezza. «Si passa troppo velocemente dall’età in cui si dice farò così a quella in cui si dice è andata così», riflette Cheyenne. E a cinquant’anni la sua vita è già tutta rivolta al passato, come dimostra il look fermo a quando di anni ne aveva meno della metà ed era il leader di una band che faceva pop per ragazzini depressi, due dei quali ci sono rimasti. Incapace di perdonarselo, per espiare il senso di colpa, lui continua a visitarne la tomba. L’intesa con la moglie-mamma (Frances McDormand) con la quale vive in una villa fuori Dublino dove gioca alla pelota dentro una piscina vuota e l’affetto di una giovane fan (Eve Hewson) non bastano però a lenire la malinconia. Che si acuisce quando arriva la notizia del padre ebreo morente. Nonostante non ci parli da una vita («a 15 anni ho deciso che non mi voleva bene») Cheyenne s’imbarca per attraversare l’oceano, arrivando a morte avvenuta.
Papà stava dando la caccia al nazista di Auschwitz che lo aveva umiliato durante la guerra: porterò io a termine il suo impegno, anche se l’aguzzino potrebbe essere già defunto. È a questo punto che This Must Be the Place diventa un road movie fitto di citazioni: dai fratelli Coen a Wenders a Una storia vera di Lynch. Sempre accompagnato dal trolley il cinquantenne adolescente intraprende il suo viaggio nell’America profonda, dal New Mexico al Michigan, disseminata di personaggi strani (Harry Dean Stanton) e stazioni di servizio. A complicare la narrazione però sono i conti con l’Olocausto, sempre difficile da maneggiare. Soprattutto se è poco più che un pretesto per innescare il viaggio alla ricerca della vendetta. Che, in realtà, per il protagonista è un viaggio alla ricerca di se stesso.
Ci possono essere due mondi più distanti di un’ex rockstar truccata e depressa e la vendetta contro un aguzzino nazista? È qui la scommessa di Sorrentino. Vinta, ma non certo stravinta, grazie soprattutto a Sean Penn e al suo personaggio poetico e commovente. E la trama? «La trama è secondaria», ha detto il regista forse consapevole di alcune incertezze. «Ma a me interessa soprattutto raccontare le persone». E questo ha saputo farlo.