Il Corano nel limbo

La secolare storia del limbo è esemplare sulle conseguenze - anche molto dannose - che possono avere credenze religiose in apparenza innocue. Ma parlerò di cattolicesimo perché islam intenda. Né la Bibbia, ovviamente, né il Vangelo spiegavano quale sarebbe stato il destino celeste dei bambini morti prima di avere ricevuto il battesimo: era impensabile che fossero destinati all'inferno, ma non si credeva neppure potessero accedere al paradiso, non essendo stati mondati dal peccato originale. Fu sant'Agostino a pensare a una specie di cielo di mezzo, che non era neanche il purgatorio, dove i piccoli innocenti avrebbero avuto una esistenza eterna senza dolore. Ne derivò, comunque, che da allora la Chiesa esigesse il battesimo entro le ventiquattro ore dalla nascita: misura teoricamente e teologicamente saggia e prudente, vista anche l'altissima percentuale di mortalità infantile, nei tempi antichi e fino a pochi decenni fa. Se non che, con il progresso della medicina, si cominciò a capire che l'intento salvifico, buono per l'anima, poteva essere molto pericoloso per il corpo. Scrisse un medico lombardo, a fine Ottocento: «Io veggo ne' miei paesi essere immensa la mortalità de' bambini nella stagione invernale e penso che l'egoistico pregiudizio comandato dai preti ai nostri villici, di farli trasferire al sacro fonte battesimale appena usciti alla luce e sotto qualsiasi rigore atmosferico, sia la principal sorgente della strage loro».
La Chiesa finì per accettare che non facesse bene a un neonato venire portato all'aperto, magari nei mesi invernali, per essere bagnato con acqua fredda: in qualche decennio attenuò il rigore delle ventiquattro ore dal parto, e fece bene. Così come oggi sembra - umanamente, prima ancora che teologicamente - sensato «abolire» il limbo, di cui del resto non si parlava più neanche nell'ultimo Catechismo, del 1992.
Tutto ciò è la prova di come una religione possa commettere errori non solo politici e spirituali, ma anche capaci di danneggiare concretamente la salute. Tutto ciò però dimostra anche la possibilità, insita nel cristianesimo, di ripensarsi, «pentirsi», trasformarsi e migliorare anche grazie alla scienza e al progresso: e per il bene dei corpi, oltre che degli spiriti. Un giorno, forse, il Vaticano rivedrà le proprie posizioni sul grave problema dell'uso di profilattici contro le malattie a trasmissione sessuale.
Simili cambiamenti invece non sono possibili nella religione islamica, per la quale tutto quello che è scritto nel Corano è vero per sempre e immutabile. Compreso il metodo usato per l'uccisione degli animali o la pratica del ramadan, per esempio, affatto giovevoli alla salute. Per non parlare di problemi più gravi, come l'atteggiamento da tenersi verso l'intero genere femminile e verso gli «infedeli». Quella islamica è una religione che non accetta critiche e obiezioni di alcun genere, da qualunque parte provengano, e lo si è ben visto nell'ultimo anno, dall'episodio delle vignette su Maometto al discorso di Benedetto XVI a Ratisbona. E però non possiamo continuare a sostenere, come si fa da molte parti in Occidente, che la religione altrui non può essere messa in discussione, valutata e se necessario criticata. Soprattutto oggi, quando un numero sempre maggiore di musulmani entra a far parte del nostro tessuto sociale, la loro religione e le sue conseguenze ci riguardano, e molto.
La società laica ha saputo aiutare il cristianesimo a evolversi e a migliorare il suo rapporto con l'essere umano, corpo e spirito. Si deve poter fare lo stesso - almeno dentro i nostri confini nazionali - con la religione islamica, se non si vuole che la convivenza diventi, ben più che difficile, dannosa. E bisogna avere il coraggio di dirlo e di pretenderlo, per il bene di tutti, senza nascondersi dentro il sepolcro imbiancato del «rispetto».
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