La corda s’intreccia nella sfida della vita

L’arte non è una terapia. Ma una cura, un linguaggio della coscienza. Un mezzo empatico attraverso il quale scoprire, conoscere, combattere e accettare il noto e, soprattutto, l'ignoto. È in questa dimensione che s'inserisce un evento significativo, la mostra dedicata all'opera di Cesco Servato (Genova, 1937) organizzata nella sala conferenze dell'Accademia Ligustica di Belle Arti (dove si concluderà oggi) in coincidenza con una giornata dedicata alla Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), una patologia degenerativa dell'età adulta le cui cause sono ancora sconosciute, che inibisce progressivamente il controllo della muscolatura volontaria del corpo.
La mostra è volta ad «avvicinare alla SLA da un punto di vista immediato e non verbale», come spiega Maria Romana Dellepiane, Direttore del Distretto Sanitario 5 della ASL 3 Genovese, promotore insieme al Comune dell'iniziativa. Ad aprire i lavori della giornata sulla SLA Marilena Dalmino. Moglie dell'artista (e pittrice a sua volta, con un dittico in mostra) affetta da questa malattia, di cui le opere di Servato concretano i giorni trascorsi dal '99 ad oggi. Non un racconto, ma una trascendenza forzata dell'essere in quelle sfide quotidiane primarie - respirare, mangiare, parlare, muoversi - che Servato forgia in un corpo dal peso specifico: la corda. Intrecci, grovigli e nodi sempre più stretti si sommano e moltiplicano l'uno sull'altro, lottando per conquistare uno spazio vitale. Trame tesissime, fino allo spasmo dell'entropia, evadono dalla rigidità della tela diventando ambiente saturo e claustrofobico ma, al tempo stesso, dotato di un'energia che s'insinua nelle anse d'ogni intreccio. Il dolore non è dimentico della vita «di fuori» e fa capolino sul verso della tela, teatro del ricordo e del desiderio - struggente e irato - del ritorno, popolato da città, paesaggi, persone e animali che si coagulano nella forma del collage. E poi il colore: brillante sul verso, opaco e corroso dalla tensione delle funi sul recto.
A questo linguaggio, Servato è approdato dopo un iter iniziato con un figurativo materico, seguito da una stagione informale che lo ha visto vicino ad Antonio Mario Canepa, Alberto Helios Gagliardo e Giuseppe Allosia. Ha esposto, dagli anni '70 ad oggi, in musei e gallerie, fondandone a sua volta (Gallerie Art Room e Il Punto). La sua ricerca, fin dagli esordi scandita da una profonda tensione esistenziale, è approdata ad un nuovo e inevitabile corso nella malattia della moglie Marilena, con un linguaggio sintetico, forte e concreto. Una poetica visuale disarmante nella sua verità. Quella verità che spesso si preferisce ignorare perché è vita e sofferenza - personale e collettiva - che si cura, in primis, ascoltandone la voce.