Cordoglio ipocrita

A nome mio personale e dell'intero gruppo di Forza Italia vorrei esprimere il più sincero, sentito e profondo cordoglio innanzitutto alla famiglia del caporalmaggiore Alessandro Pibiri e poi alla Brigata Sassari e a tutte le Forze armate.
Ho molto apprezzato, onorevole Presidente del Consiglio, il suo auspicio che l'Italia tutta si stringa attorno alle Forze armate che operano per la pace e per la sicurezza internazionale.
Anch'io ricordo con commozione le parole del discorso di insediamento del Presidente Napolitano, quando tutto il Parlamento si alzò in piedi a battere le mani per i caduti nell'adempimento del loro dovere nelle missioni internazionali di pace. Tuttavia, credo che mancherei di sincerità se dicessi di essere davvero convinto che il cordoglio per i nostri caduti sia unanime, ho qualche sospetto! Non faccio riferimento agli episodi di matta bestialità di quanti criminalmente gridano: «Dieci, cento, mille Nassirya».
Faccio riferimento alla posizione espressa da persone ragionevoli ed autorevoli che hanno qualificato i nostri militari in Irak quali truppe di occupazione. Questa è una tesi falsa e pericolosa.
Infatti, basta leggere le prime tre righe della risoluzione n. 1546 dell'Onu, approvata all'unanimità dal Consiglio di sicurezza l'8 giugno 2004, per sapere che per la comunità internazionale l'Irak non è più uno Stato occupato. Tale risoluzione legittima pienamente la forza multinazionale in Irak, in quanto la sua presenza è richiesta dal Governo iracheno ed esorta i Paesi membri dell'Onu a fornire il proprio contributo in virtù di questo mandato.
I nostri militari in Irak sono lì per una missione decisa dal Governo italiano, approvata dal Parlamento italiano su mandato delle Nazioni Unite e su richiesta delle legittime autorità irachene, le prime democraticamente elette in base ad una Costituzione liberamente approvata dal consenso popolare.
Dire il falso e ripeterlo con ossessiva insistenza non è soltanto disdicevole, ma è anche gravemente lesivo dell'onore dei nostri militari.
Esponenti della sinistra hanno ricordato al Paese che le Nazioni Unite sono l'unica fonte della legittimità internazionale. Dal momento che vi è un mandato delle Nazioni Unite, il termine «truppe di occupazione» non dovrebbe più essere usato.
Si tratta oltretutto di un'affermazione pericolosa, perché se si trattasse di truppe di occupazione, gli autori di questi attentati dovrebbero essere considerati eroi della resistenza contro l'occupante, invece di comuni terroristi.
Ho l'impressione, signor Presidente del Consiglio, che alcuni esponenti della sua maggioranza continuino a guardare al problema dell'Irak come una persona che volesse pilotare una barca stando seduta a prua e guardando verso poppa. Io mi permetterei di suggerire loro, invece, di accettare il consiglio di Kierkegaard: si capisce la vita guardando indietro, ma bisogna viverla guardando avanti.
Se noi guardiamo avanti, vediamo per l'Irak due possibili scenari: il primo è il successo. Il successo significa un Irak stabile, libero, democratico e potenzialmente prospero. Questo non è interesse solo dell'Irak, è interesse di tutta la comunità internazionale. L'alternativa non è una alternativa accettabile; l'alternativa è rappresentata dal trionfo dei nostalgici di Saddam Hussein e dei terroristi, con il caos e l'ingovernabilità.
Siccome la sfida è globale, noi crediamo che ogni Paese debba fare la sua parte. Un Paese è grande se sa assumersi le responsabilità che su di esso incombono. Noi crediamo che l'Italia sia grande e siamo certi che saprà assumersi le responsabilità che questo suo status comporta. Sarebbe tradire gli sforzi ed i sacrifici dei nostri militari, dissipare un patrimonio di credibilità internazionale faticosamente accumulato in cinque anni, darsi alla fuga e gridare «tutti a casa».
*discorso integrale pronunciato ieri alla Camera
dall’ex ministro della Difesa