«La Corea del ’66 fu tutta colpa di Fabbri»

«Il ct escluse Picchi ascoltando Rivera. E lì si ruppe qualcosa»

Paolo Brusorio

da Milano

Davanti all’albergo di Middlesbrough i coreani avevano riprodotto esattamente le misure dell’Ayresome Park, il campo sul quale avrebbero giocato il girone di qualificazione. Contavano i passi, li mandavano a memoria. Saggezza orientale o lucida follia, fatto sta che ebbero ragione loro quando il 19 luglio 1966 ci spinsero in quella che, insieme con la Corea trapattoniana del 2002, rimane la tomba del calcio azzurro.
È il mondiale di Inghilterra. Oltre che per la nostra magra passerà alla storia per: il furto della coppa Rimet alla vigilia (fu ritrovata in un parco di Londra); l’ultima apparizione di Garrincha (marcato a uomo dalla ballerina di samba Elsa Soares); la comparsa di Eusebio, africano del Mozambico, lo chiamavano Ninguem da bambino (niente, nessuno), trascinò il Portogallo in semifinale; il «gol non gol» di Hurst in finale contro la Germania che spianò la strada all’Inghilterra campione del mondo: 4-2 per i Maestri. Pelè prese un sacco di botte dai bulgari, lui e il Brasile fuori al primo turno.
In tutto questo l’Italia fece da comparsa. Costruita con blocchi (quello del Bologna: Janich, Bulgarelli, Perani, Pascutti) e blocchetti (Inter e Milan), era allenata da Edmondo Fabbri, detto Topolino per la bassa statura, ala destra di Atalanta e Inter. Produceva Sangiovese, Fabbri. «Pareva un pretino arguto», scrisse Brera. L’ultimo mese premondiale fu una stella filante: 3-0 all’Argentina, 5-0 al Messico, 6-1 alla Bulgaria. Risultato: «Arrivammo svuotati». Lo dice Giovanni Lodetti, che in quella nazionale pedalava in mezzo al campo.
«Una volta in Inghilterra il giocattolo si era già rotto. Forse ci sentivamo troppo sicuri e sbagliammo la preparazione».
Era una nazionale divisa in clan?
«No, anche se quelli del Bologna erano i più legati a Fabbri. Prima di partire il ct fece fuori Picchi, “è troppo statico, tiene la difesa troppo arretrata” diceva del libero dell’Inter. Decise lui, ma Rivera ci mise una buona parola, Picchi non gli piaceva. E lì cominciò a rompersi qualcosa...».
In che senso?
«Il ct stava con Rivera, si alienò le simpatie degli interisti».
Fabbri: parliamone.
«Non era un uomo molto tenero, chiedeva disciplina. Più offensivo di Herrera, ricordava Trapattoni per le scaramanzie. Dopo una sconfitta, cambiava la strada per andare allo stadio».
Dove sbagliò?
«In Inghilterra perse la testa. La critica era feroce nei suoi confronti: Zanetti e Brera gli facevano arrivare la formazione, lui buttava i foglietti, ma andò in confusione».
In quella squadra c’era Gigi Meroni: l’ala granata sarebbe morta un anno dopo. Era così naïf anche in nazionale?
«Con la nazionale B era il Gigi di sempre, occhiali scuri e capelli lunghi. Con Fabbri modificò l’atteggiamento, il ct lo mise in riga. Vede, in quel gruppo mancava l’allegria».
Nemmeno il ritiro vi salvò?
«La federazione sbagliò la scelta: un college isolato a Durham. Ragazze? Ma se non venivano nemmeno i ragazzi...».
Chi era il leader di quella squadra?
«Il più ascoltato da Fabbri era Bulgarelli. Ma anche Salvadore aveva grande personalità».
L’esordio con il Cile: 2-0, gol di Mazzola e Barison. Vendicata la mattanza di Santiago del ’62
«Non giocammo benissimo, la pressione era esagerata e volevamo dimostrare che Fabbri aveva ragione».
L’Urss ci batté 1-0, c’era Jascin in porta.
«Eravamo già in fase calante. Jascin era massiccio, faceva paura. Assomigliava a Cudicini, ma fisicamente era più forte».
E siamo all’epilogo. Valcareggi, mandato da Fabbri a spiarli, definì i coreani, «una squadra di Ridolini». Fini 1-0, rete di Pak Doo Ik, presunto dentista.
«Io non sentii quella frase, ma so che venne detta. Alla vigilia immaginavamo lo schema, Barison era un metro e novanta, “ti mettiamo la palla sulla testa Paolo e poi ci pensi tu...”».
Beh, non andò proprio così...
«Convinto che fosse una passeggiata, Fabbri cambiò mezza squadra: lasciò fuori me, Burgnich, Rosato, Salvadore, Leoncini, Pascutti e mandò in campo Bulgarelli infortunato. Che si fece male subito, non c’erano le sostituzioni e restammo in dieci. Sbagliammo anche un paio di occasioni con Perani».
I coreani?
«Correvano come dei matti. Alla fine Rosato, Burgnich ed io non volevano nemmeno scendere negli spogliatoi. Nessuno dei dirigenti voleva tornare con noi, era come l’8 settembre. Decisero di atterrare a Genova, sperando di evitare gli insulti, ma i tifosi lo seppero. Prendemmo fischi e pomodori».
E Fabbri?
«“Non credevo finisse così”. Fu l’unica cosa che disse. Ma vedeva complotti ovunque, così scrisse un memoriale affermando di essere stato boicottato, parlava di sostanze somministrateci per indebolirci. Con Salvadore, Rivera, Bulgarelli e Rosato ci trovammo a Milano Marittima, firmammo quel documento. Ci faceva comodo: ma capimmo subito di aver fatto una scemenza».
Nel ’66 trionfò il calcio fisico.
«Solo in parte perché l’Inghilterra propose qualcosa di nuovo con due terzini, Wilson e Cohen, molto bravi ad attaccare».
Chi fu il miglior giocatore?
«L’inglese Bobby Charlton: dava sicurezza e personalità. Un incrocio tra Gullit e Rijkaard».
Eusebio: un aggettivo per lui?
«Felino. Un tipo alla Eto’o».
Che cosa guadagnò da quel mondiale?
«Una bicicletta dalla Valsport per aver usato le loro scarpe».
Chi si salvò di quella spedizione?
«Quelli che due anni dopo vinsero l’Europeo facendo dimenticare la Corea. Perse solo Fabbri».
(5. Continua)