Corea, la minaccia nucleare ora scoppia in mano alla Cina

Con grave imbarazzo per la Cina che ne è il maggiore sponsor, si chiude oggi quasi certamente con un nulla di fatto il primo round dei negoziati a sei sul nucleare della Corea del Nord apertosi a Pechino lunedì per farla rinunciare alla bomba in cambio di aiuti internazionali e garanzie di sicurezza da parte americana. Sul futuro delle trattative, riprese dopo il test eseguito dal Nord il 9 ottobre, incombono inoltre notizie secondo cui sarebbero in corso preparativi per un secondo esperimento: ulteriore sfida internazionale e alla Cina, che aveva condannato il primo, unendosi alle sanzioni decretate dall'Onu, sia pur con riserve sull'applicazione.
Nella sessione di apertura - con Cina, le due Coree, Stati Uniti, Giappone e Russia - gli americani hanno espresso disponibilità per aiuti e sicurezza purché il Nord rinunci al nucleare e ammetta ispettori dell'agenzia atomica dell'Onu, espulsi nel 2002. Il Nord si è proclamato potenza nucleare da trattare da pari a pari, e quindi «disposto a parlare di riduzione internazionale degli armamenti». Un giocare ai grandi all'interno del quale ha poi inserito le sue piccolezze di Paese con l'acqua alla gola, tanto più pericoloso nell'aver la bomba: prima di ogni trattativa, gli Usa tolgano le restrizioni internazionali e il blocco di 24 milioni di dollari imposti l'anno scorso a una banca di Macao, accusata di essere usata dal Nord per lavaggio di denaro sporco e spaccio di banconote da 100 dollari da esso stesso contraffatte. Il negoziato internazionale sul nucleare si è quindi frantumato su questioni finanziarie, con uno Stato nel ruolo del malavitoso ricattatore. Si sono avuti fino a ieri 25 incontri bilaterali tra Usa e Nord Corea, a 13 dei quali, senza successo, ha partecipato la Cina come mediatore.
Lo stallo è un serio smacco per Pechino. La Città Proibita, irritata dal test del 9 ottobre eseguito malgrado i suoi pubblici moniti, ha poi vantato come grande successo l'aver riportato il riottoso alleato al tavolo negoziale. Con ciò aveva rovesciato l'imbarazzo della rivelazione della sua scarsa influenza sul suo protetto, ponendosi davanti agli Stati Uniti come l'unico capace di portare il Nord alla trattativa: col nucleare iraniano incombente, una possibile intesa per quello coreano può passare solo da Pechino. Ma mentre la ricerca di questa intesa si conferma quanto mai difficile, l'affermazione diplomatica si rivela sempre più per Pechino una vittoria di Pirro che potrebbe portare a regolamenti di conti interni alla Città Proibita su chi non ha tenuto a bada la Corea del Nord e spingerla a riforme economiche come ha fatto la Cina. Il suo test atomico e quelli missilistici del '98 e del luglio scorso hanno aperto infatti scenari sgradevoli per Pechino.
Benché Washington affermi la validità del suo ombrello atomico per il Giappone e il Sud, Tokyo ha già detto che, pur fidando in questa protezione, non esclude il nucleare per autodifesa: ed è chiaro che non pensa solo alla Corea del Nord, ma a una Pechino sempre più forte economicamente e militarmente. Circola, in Estremo Oriente, la sindrome di De Gaulle. Il generale volle la force de frappe dubitando che alla prova suprema gli Stati Uniti avrebbero sacrificato New York per difendere Parigi. C'è chi dubita ora che venga messa a rischio Los Angeles per difendere Tokyo o Seul, per cui alla lunga anche questa potrebbe andare al nucleare, magari seguita da Taiwan.
Prima che per gli Usa, il problema è per la Cina. Dedita allo «sviluppo armonioso», come proclamano i suoi dirigenti, essa potrebbe domani avere la regione fitta di nucleare. Per colpa di un alleato che non ha saputo controllare, e che nel fallimento ricorre all'arma dei disperati per contare qualcosa.