Le corna, che colpo di geni

La scienza ci ha finalmente assolti: quando le nostri mogli ci accuseranno di averle tradite non saremo più costretti a balbettare lascia che ti spieghi, non è come pensi tu. «L’infedeltà coniugale dipende da un gene, una specie di motorino che alcuni maschi hanno nel proprio Dna e altri no». La notizia è stata divulgata dall’autorevole rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (c’è sempre un’autorevole rivista, dietro ogni minchiata) che ha illustrato uno studio dell’Istituto Karolinska di Stoccolma. Il gene delle corna, spiegano gli scienziati svedesi, agisce sulla vasopressina, un ormone di cruciale importanza nel processo di attaccamento sentimentale e sessuale tra un uomo e una donna. Chi ha questo gene ha più probabilità di farsi un’amante. Spariscono le nostre colpe e si tranquillizzeranno anche le mogli: se ci vedranno distratti e orizzontalmente inoperosi, potremo rispondere non preoccuparti cara, è solo un po’ di vasopressina.
Non è la prima volta che la scienza ci spiega che l’amore è solo una faccenda chimica. Qualche tempo fa Time ha svelato perché ci innamoriamo di questa e non di quella: la risposta è Mhc, complesso maggiore di istocompatibilità. Uno pensa stasera sono riuscito a farla ridere, ecco perché c’è stata: invece no, lei era solo istocompatibile. Non c’è spazio per il romanticismo, per le affinità elettive, per la poesia: l’amore dipende da oppiacei naturali, l’attrazione fisica non dall’estetica ma dall’orologio biologico, il batticuore dall’olfatto, l’efficacia di un bacio dal ph della saliva, l’eccitazione dall’acidità delle urine. Insomma uno schifo, non si capisce perché uno dovrebbe restarci male quando finisce un amore.
La genetica però non spiega - e smitizza - soltanto i sentimenti e il sesso: spiega tutto. Non c’è giorno che i giornali non rilancino qualche fondamentale scoperta. Faccio un breve elenco delle ultime puntate: «Scoperto il gene del maratoneta»; «Scoperto il gene della magrezza»; «Scoperto il gene dell’obesità»; «Scoperto il gene che dimostra il nesso tra intelligenza e longevità»; «Scoperto il gene del prurito»; «Scoperto il gene dell’umorismo, gli inglesi ne sono particolarmente provvisti». Addirittura, leggo che uno psichiatra del Michigan ha scoperto il gene della prima sigaretta: sì, proprio quello che induce a fumare la «prima» sigaretta.
La riduzione di tutto a un affare di geni sembra svuotarci la vita di ogni passione: perché applaudire il tal comico se le sue battute zampillano direttamente dal Dna? Non ne ha alcun merito. E perché affannarmi a migliorare, se il mio destino è scritto?
Temo che non tanto fra gli studiosi, quando fra i divulgatori di queste ricerche ci sia una motivazione di fondo per nulla innocente. Si vuole fare passare l’idea che non siamo responsabili di nulla, e quindi non siamo neppure giudicabili né tantomeno punibili. L’Università del Western Ontario ha individuato il gene dell’egoismo. Quella di Harvard il gene che non ci fa trarre insegnamento dagli errori commessi. Mentre Nature, altra rivista-totem in questi campi, ha pubblicato uno studio dal quale risulterebbe che il nostro cervello diventa amorale per una pura combinazione di cause organiche. In pratica, chi ha una particolare situazione nell’area ventro-mediana della corteccia prefrontale prende senza turbamenti decisioni ritenute inaccettabili dalla morale comune: anche dirottare un aereo o mettere una bomba su un treno. La storia del terrorismo andrebbe riscritta.
Anche la politica sarebbe da leggere in tutt’altra prospettiva, secondo la nuova religione del Dna. «Politica, energia nucleare, diritti delle minoranze: le posizioni di ciascuno di noi sono scritte nel nostro Dna e ben radicate nel profondo del nostro cervello. E resistono a qualsiasi argomento della ragione», assicura il ricercatore John Alford della Rice University di Houston: «Provare a persuadere qualcuno a cambiare orientamento, pur facendo appello ad argomenti razionali: è un po’ come convincere chi ha gli occhi marroni ad averli azzurri». Siamo pezzi di materia senza alcuna libertà, insomma.
Eppure c’è qualcosa che non convince. Ad esempio. Gli studiosi dell’Université de Picardie Jules Vernes di Amiens hanno scagionato i guardoni: tutto dipende, dicono, dai neuroni a specchio. Applicando, cito testualmente, un «pletismografo penile che misurava la tumescenza del pene» di persone che stavano assistendo a un film porno, gli scienziati hanno scoperto che «l’aumentare del volume dell’organo maschile è correlato all’attivazione di un’area, la pars opercularis, in cui si manifesta proprio l’attività dei neuroni specchio». Tutto bene. Ma resta una domanda: qual è il neurone che, prima che mi applicassero il pletismografo, mi ha fatto entrare in un cinema porno?
Sicuramente la scienza un giorno ci darà una risposta anche a questo enigma. E magari pure un’altra risposta, decisiva: ci dirà se c’è anche un gene che fa dire a uno scienziato che tutto dipende dai geni. Così, tanto per sapere se anche loro non sono responsabili.
Michele Brambilla