Coro di no a Pisapia: «L’ergastolo non si tocca»

</B>Il codice Rocco è del 1930 e ha subito troppe modifiche. Va cambiato

Stefano Zurlo

da Milano

Per ora è poco più di un’idea. Giuliano Pisapia, neopresidente della commissione che deve riscrivere il codice penale, l’ha lanciata in un’intervista al Giornale: «Aboliamo l’ergastolo». Poche misurate parole che però provocano dalle parti del centrodestra un coro di no. E riaprono vecchie ferite nel Paese. Giovanna Maggiani Chelli, dell’associazione familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, è durissima: «Credo sia arrivato il momento di ricordare ai nostri politici tutto l’orrore della notte del 27 maggio 1993. Ricordiamo i cadaveri di due bambine martoriati dalle schegge di legno e il cadavere di un ragazzo bruciato vivo senza il supporto di sufficiente monossido di carbonio nei polmoni per farlo svenire, ricordiamo i nostri invalidi massacrati da malattie incredibili. Dov’era Pisapia la notte del 27 maggio 1993, per invocare per i fratelli Graviano solo 32 anni di carcere?».
Per l’ex deputato milanese, infatti, lo Stato potrebbe fissare l’asticella della pena massima «a 30-32 anni». Un tetto che non convince neanche l’ex guardasigilli Roberto Castelli: «Non dobbiamo dimenticare che le vittime hanno ricevuto una pena definitiva. E dobbiamo anche tener presente che lo Stato deve difendersi davanti a criminali che commettono delitti orrendi, inqualificabili: come si fa a pensare che si possa abolire il carcere a vita per chi ha rapito e strangolato il piccolo Tommy? Mi spiace, ma ci sono situazioni estreme in cui la comunità deve agire con la massima fermezza e togliere per sempre dalla circolazione chi ha fatto scempio della vita». Dunque nessun dialogo è possibile fra il leghista Castelli e il penalista vicino a Rifondazione? «Per carità - aggiunge l’ex Guardasigilli - Pisapia ha sempre ragionato senza inforcare gli occhiali dell’ideologia, mi sembra però che su quel punto non si possa cedere. Semmai si può immaginare una soluzione mirata in alcuni casi eccezionali. Io stesso ho proposto a Ciampi la grazia per un poveraccio che era in carcere per omicidio da cinquant’anni. Dopo mezzo secolo quella persona non era più la stessa ed è tornata libera».
Il problema, sia chiaro, è più teorico che di sostanza. Già oggi dopo venticinque-trent’anni quasi tutti gli ergastolani si lasciano alle spalle la cella sfruttando lo scivolo dei permessi e della libertà condizionale. «È difficilissimo - spiega il magistrato veneziano Carlo Nordio - vedere persone ancora in carcere dopo trent’anni». Dunque, esiste una frattura fra la teoria e la pratica? Nordio nella scorsa legislatura ha scritto un nuovo codice penale che il centrodestra non ha fatto in tempo a portare in Parlamento. Ma nel testo si coniugavano gli ideali e le paure della collettività: «La mia commissione - presegue Nordio - si era spaccata fra chi voleva l’abolizione del carcere a vita e chi no. Io allora ho proposto una via d’uscita teologica». Teologica? «Sì. Il grande Von Balthasar diceva che l’inferno esiste, ma è vuoto, si potrebbe suggerire lo stesso per l’ergastolo. Ci deve essere, perché la coscienza sociale lo esige, per alcuni reati gravissimi, come la strage o l’infanticidio con crudeltà. Ma si spera che nel tempo una persona cambi, insomma che la pena abbia, come suggerisce la Costituzione, un valore rieducativo e non solo afflittivo. E allora si può prevedere che si intervenga con gli opportuni strumenti e con un briciolo di misericordia per dare una nuova chance al detenuto. Del resto, se si abolisce l’ergastolo, bisogna ridimensionare a cascata tutte le pene: non potremo dare più di dieci anni a chi fa una rapina in banca e più di sei mesi a chi ruba in casa».
Sulla stessa linea il forzista Gaetano Pecorella, ex presidente della Commissione giustizia della Camera: «Lo Stato deve fare la faccia feroce a scopo preventivo, poi può anche mostrare clemenza se l’interessato dà prova di comportamento virtuoso. In alcuni Paesi esiste un meccanismo del genere: è la pena perpetua. Sulla carta senza fine, ma destinata ad interrompersi se il criminale dà segni di ravvedimento dopo un lungo periodo di detenzione». Anche Michele Saponara, membro laico della Casa delle libertà al Csm, divide i due piani: «L’ergastolo non può essere cancellato, ma può essere eliminato in concreto dopo rigorosa osservazione. Il punto dolente è che per monitorare l’eventuale metamorfosi ci vogliono tecnici, psicologi, criminologi, assistenti sociali. Insomma, ci vuole uno Stato serio e il nostro dispone di mezzi scarsi». Dunque? Ciascuno si tiene la sua idea. E c’è chi va controcorrente, come Guido Papalia, procuratore della Repubblica a Verona: «Trent’anni, con in più l’isolamento diurno, sono più che sufficienti».