Corona condannato a tre anni: «Mi vergogno di essere italiano»

Milano I giornalisti sghignazzano in aula prima della sentenza, mentre un Fabrizio Corona colore della sabbia sta sul banco degli imputati con la testa tra le mani. Basta questo per capire - prima ancora che il giudice Lorella Trovato esca a leggere la sentenza che lo condanna a tre anni e otto mesi di carcere - che questo è il processo a un perdente. Sul banco degli imputati sta un uomo cui è crollato addosso il castello di chiacchiere, spavalderie, menefreghismo che lui stesso aveva costruito e che lo avevano reso invidiato, accolto, e riverito.
Adesso il film è finito. Tre anni e otto mesi per estorsione. Non andrà in galera per questo, o almeno non subito. Ma il dado è tratto, il conto tante volte rinviato arriva a Corona e si assommerà alle tante piccole e grandi cialtronate, le pallottole, i soldi falsi, le guida senza patente, i bilanci truccati, che giacciono nei meandri della giustizia ma che un po’ alla volta arriveranno sul suo tavolo. Lui sa, si rende conto che questa è la fine del film, e infatti appena apre bocca dopo la sentenza dice cose da pazzi, che gli bruciano alle spalle qualunque speranze non solo di simpatia ma anche di compassione e soprattutto di revisione del processo. Quale corte d’appello assolverà mai un imputato che davanti alla sentenza di primo grado reagisce dicendo «non me ne frega un cazzo», «mi vergogno di essere italiano» e «la scritta che dice che la legge è uguale per tutti è una colossale presa per il culo?».
Ma davvero ti aspettavi che finisse diversamente? «Sì», risponde in un sibilo. Ma non ci crede neanche lui. Anche se in aula le sue vittime sono accorse quasi tutte a scagionarlo, «ma quale ricatto, erano solo delle brutte foto, Fabrizio ci ha fatto un favore a toglierle di mezzo» (tanto che ieri il pm Frank Di Maio denuncia che «la procura in questo processo è stata lasciata sola») Corona - che è tutto tranne che scemo - sapeva di non avere scampo. Si presenta in aula col cranio rasato a zero. Perché?, gli chiede un fotografo. E lui si picchia col dito sulla tempia come si fa per dire che qualcuno è impazzito. «Stanotte», dice, «la testa».
Alla fine, tecnicamente parlando, il mattone che gli piove in testa è meno pesante di quel che poteva essere. Tre anni e otto mesi di carcere, la metà della richiesta del pm. Lo assolvono per tre degli episodi sotto accusa, le presunte estorsioni al calciatore Alberto Gilardino, all’imprenditore Vacchi e soprattutto a Lapo Elkann, che pure era stato uno delle poche vittime a venire in aula a testimoniare contro di lui, e che evidentemente non ha convinto del tutto i giudici. Ma lo condannano per tutte le altre: il calciatore Coco, il motociclista Melandri, e soprattutto Adriano, il centravanti dell’Inter, uno dei pochi a sottrarsi all’eterno giochino delle foto prima scattate e poi ritirate. «Ma non me ne frega un cazzo di queste assoluzioni», dice Corona, e va via, col suo guardiaspalle, il suo Suv nero, il suo destino segnato. Eppure, se avesse potuto, c’è da giurare che avrebbe venduto anche l’esclusiva della propria condanna.