Corona e la fattoria dei bidoni Il re del gossip non paga i debiti È indagato per bancarotta: per sei anni la sua agenzia si è dimenticata di saldare i creditori. E deve almeno 100mila euro

Enrico Lagattolla

MilanoNon pagava l’affitto. Non pagava le multe, i contributi, le tasse. Non pagava gli avvocati. Si faceva prestare oggetti costosi che poi faceva sparire nel nulla. È la vita standard di un habitué del «bidone» quella che prende forma ieri mattina in una stanza del tribunale fallimentare di Milano. Si discute della Corona’s srl, dichiarata fallita il 4 dicembre dello sorso anno, e del suo creatore Fabrizio Corona, «il re del gossip». Per il fallimento della sua agenzia Corona è indagato per bancarotta. «La società andava benissimo finché non mi hanno messo in galera», ha sempre detto Corona. Nell’udienza di ieri si scopre che le cose non stanno proprio così.
A mandare ufficialmente a gambe all’aria la Corona’s, come è noto, è stata una fattura da 35mila euro non pagata alla Mondadori, per delle pubblicità sui giornali del gruppo. Ma la lista dei «bidonati» è lunga. Anche quando le cose andavano bene, il «re del gossip» ogni tanto si dimenticava di pagare.
Per sei anni, dal 2002 al 2008, la Corona’s non ha versato la tassa di iscrizione alla Camera di commercio di Milano: e sì che erano solo cento euro all’anno. Più robusto il credito vantato dalla Bros, società specializzata in accessori per abbigliamento: da loro il vulcanico imprenditore si era fatto prestare bracciali ed altri gioielli per realizzare dei servizi fotografici, e poi si è dimenticato di restituirli. Quando, dopo il fallimento, hanno cercato di recuperarli non ne hanno trovata traccia. Importo richiesto: 1.788 euro.
Altro bidone, importo 5.038 euro: nel febbraio 2007 Corona compra degli spazi pubblicitari sulla rivista Capital per le magliette di un suo amico, che poi finirà anche nell’elenco dei testimoni al processo Vallettopoli, si chiama Simone Giancola e ha inventato delle strane t-shirt con un codice per abbordarsi a vicenda. La pubblicità approda regolarmente in pagina, ma Corona non paga. Poca cosa di fronte alla montagna di debiti che il giovanotto nel frattempo accumula con il fisco. Nei crediti ammessi al fallimento ci sono oltre 70mila euro richiesti dalla Esatri, la società che in Lombardia fa da esattrice per conto dell’erario. Dentro c’è di tutto: multe non pagate, Iva, contributi previdenziali, tasse.
E ancora: 26mila euro chiede l’impiegata che faceva la centralinista alla Corona’s (dove assisteva a litigi da scala Richter tra Fabrizio e la moglie Nina Moric) e riceveva in nero una parte dello stipendio; 12mila euro chiede la società che affittava a Corona la sede di viale Monza; sessantamila euro un’altra dipendente; cinquemila Massimo D’Onofrio, l’avvocato che seguiva Corona fino al momento delle manette del pm Woodcock. Fino alla richiesta più disarmante, quella del notaio milanese Ciro De Vincenzo, cui Corona si era rivolto quando era in carcere per firmare procure e altri atti ufficiali: non è stato pagato neanche lui.
Totale, oltre centomila euro. Che sono parecchi, ma non abbastanza da giustificare il crollo di una società che fatturava secondo Corona 12 milioni l’anno, e secondo i bilanci ufficiali un po’ più di 4 milioni. Anche nelle carte depositate ieri, insomma, il fallimento della Corona’s continua a presentarsi come un crac con più di un lato oscuro. Che dei soldi siano spariti dalle casse aziendali lo sospetta esplicitamente, d’altronde, anche la Procura della Repubblica che già nel mese di febbraio - senza neanche aspettare la relazione del curatore fallimentare - ha iscritto Corona nel registro degli indagati con l’accusa di bancarotta per distrazione. La confusione tra casse sociali e casse personali avrebbe, nell’ipotesi del pm Eugenio Fusco, trasferito nelle tasche di Corona i fondi che tenevano in piedi la sua società.
Lui, Corona, è appena rientrato dalla sua esperienza al reality La Fattoria (e i suoi compensi, se venissero rintracciati, potrebbero venire pignorati). Del fallimento della Corona’s è sempre apparso preoccuparsi poco. «Adesso ho un’altra società, si chiama La Fenice», aveva detto l’ultima volta che era apparso in tribunale. Peccato che anche per La Fenice sia già arrivata una prima istanza di fallimento.