Corona, lo strano crac del re del clic

Aveva un solo dipendente, era controllata da una fiduciaria, ed è
fallita per un buco di appena 38mila euro. Ecco cosa ha trovato il
Tribunale di Milano dentro l’agenzia fotografica del re del gossip, che
ora va alla "Fattoria"

di Luca Fazzo e Enrico Lagattolla

Milano Fabrizio Corona, l’agente fotografico autoproclamatosi «il re del gossip», si sta imbarcando in queste ore per il Brasile per partecipare al reality «La Fattoria», mettendo l’Atlantico tra sé e il processo per estorsione in corso davanti al tribunale di Milano. «Lì almeno - ha detto prima di partire, scherzando ma non troppo - non c’è l’estradizione...».
Ma Vallettopoli non è l’unica rogna da cui l’ex marito di Nina Moric sta prendendo le distanze. Un altro fascicolo a suo nome è aperto nel tribunale di Milano. Una storia meno eclatante, dove non si incontrano nomi di vip, di calciatori, di pornodive. Ma è una storia dalle conseguenze imprevedibili. Una storia dove si incontra più di un mistero. E dove si incrocia più di una volta la sensazione che, nelle sue dichiarazioni pubbliche, Corona non dica tutta la verità.
È il fascicolo - che Il Giornale ha potuto consultare nei giorni scorsi - aperto davanti al tribunale fallimentare di Milano, nelle mani del giudice Roberto Craveia. È la storia del fallimento della «Corona’s», la società a responsabilità limitata che gestiva gli affari di Corona. Porta il numero 576/2008, il curatore fallimentare è l’avvocato milanese Fabrizio Pellegrini. Il curatore non ha ancora inviato al giudice la relazione (prevista dall’articolo 33 della legge fallimentare) in cui elencherà le stranezze riscontrate analizzando le carte. E in cui forse si troverà la risposta alla domanda che il giudice si pone: quando Corona incassava soldi in contanti dalle «vittime» dei suoi paparazzi per fare sparire dalla circolazione qualche foto imbarazzante, i soldi li versava nelle casse sociali o se li metteva in tasca? Se si scoprisse che i quattrini finivano direttamente a Corona potrebbe scattare la denuncia per bancarotta per distrazione, un reato che la legge fallimentare punisce piuttosto severamente.
Nel frattempo, si notano alcune incongruenze. «La mia era una delle agenzie più importanti d’Italia, fatturavo 12 milioni all’anno, avevo 30 dipendenti», dice Corona appena due giorni fa, partecipando (tra qualche fischio) alla «Notte Bianca» di Venosa, in Basilicata. Le carte del fallimento raccontano che la «Corona’s» aveva in realtà un solo dipendente. Che l’ultimo bilancio depositato prima dell’arresto di Corona, quello del 2005, indica un fatturato di poco più di 4 milioni di euro. E che in realtà la società non appartiene affatto a Corona: dei 10mila euro di quote sociali, solo 10 miseri euro sono intestati al «re del gossip». Il resto, cioè 9.990 euro, sono intestati all’Unione Fiduciaria, che li gestisce per conto di un cliente che non appare a bilancio. Lo stesso Corona? O un socio misterioso?
Ma ancora più singolare è, nelle carte del tribunale, la dinamica del fallimento. Tutto nasce da dodici fatture emesse a carico della «Corona’s» dalla Mondadori Pubblicità, totale 38.857,80 euro. È il costo di spazi che Corona ha acquistato nel corso del 2006, quando la sua società funzionava ancora a pieno regime, per conto di clienti di cui curava campagne e immagine, e che non ha pagato. Dopo numerosi solleciti, il 5 febbraio 2008 la Mondadori ottiene un decreto ingiuntivo. Il 24 luglio gli ufficiali giudiziari si presentano in viale Monza per eseguire il sequestro nella sede della «Corona’s», e la trovano chiusa. Il 26 ottobre la Mondadori fa partire istanza di fallimento. Il 4 dicembre viene fissata l’udienza, sia la Mondadori che il giudice si aspettano che Corona mandi qualcuno con un assegno, chieda tempo, insomma faccia qualcosa per evitare di mandare la sua società gambe all’aria per una cifra decisamente modesta. Invece all’udienza non si presenta nessuno. Al giudice non resta che dichiarare fallita la «Corona’s».
Perché Corona ha lasciato affondare la sua creatura? Si tratta di una creatura che nel corso degli anni gli aveva dato soddisfazioni quasi miracolose: 897mila euro di fatturato nel 2003, 2 milioni e 123 mila nel 2004, 4 milioni e 143mila nel 2005. Siamo lontani dai 30 milioni vantati da Corona, ma è comunque una performance invidiabile. È vero che poi esplode l’inchiesta di Potenza, la società finisce sotto sequestro, l’astro del fondatore scivola dallo zenit. Ma perché lasciare che 30mila euro - l’equivalente di un paio di foto di quelle giuste, nel tariffario di Corona - precipitino la società nel girone dei fallimenti, rischiando di spalancare le porte a un nuovo guaio giudiziario?